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DOI 10.1701/2094.22660 Scarica il PDF (92,7 kb)
Recenti Prog Med 2015;106(12):646-648



Cinema e medicina

a cura di Luciano De Fiore

Il tumore al seno sul grande schermo

Fin dalla metà degli anni Trenta, il cinema guarda all’oncologia con interesse. Trasponendo sullo schermo anche molte delle problematiche più vive suscitate dalla malattia oncologica, come l’epidemiologia del cancro, le sue concause ambientali, la gestione dei sintomi e degli effetti collaterali, la relazione tra malati e curanti, le dinamiche psicologiche dei pazienti, l’approccio alla fine della vita e perfino le implicazioni economiche delle terapie.

Tuttavia, da questo composito puzzle costituito ormai da almeno duecento film, non emerge sempre con chiarezza il progresso, negli anni, delle terapie oncologiche. Spesso al cinema la persona affetta dal tumore, ancor oggi, non supera la malattia né la cronicizza; il che, in un certo senso, sembra funzionale al racconto cinematografico in quanto tale, una sorta di pegno che la vita paga affinché la catarsi dello spettatore prevalga. Un’esigenza talmente forte da resistere anche ai progressi reali delle terapie. Salvo eccezioni, come nell’esemplare Decoding Annie Parker (2013), la cui storia dimostra l’importanza della ricerca e della pervicacia nel curarsi, fino a scoprire la mutazione ereditaria del gene oncosoppressore BRCA1, uno dei progressi maggiori nella terapia del carcinoma mammario.

Nel rappresentare le diverse patologie oncologiche, il cinema non sempre è esaustivo, sia nel riferire la diagnosi, sia nel descrivere le cure. Né gli vien richiesto, dal momento che si tratta di fiction. Può essere però di qualche interesse osservare un po’ più da vicino come il cinema ha dato conto di un tipo particolare di tumore, per capire quali aspetti sono maggiormente evidenziati e quali altri, invece, sottaciuti. Prendiamo il caso dei tumori alla mammella, certamente tra i più diffusi, anche se non tra i più rappresentati in assoluto, preferendo il cinema trattare quelli del sangue e i cerebrali. Tuttavia, possiamo tener conto almeno di una quindicina di pellicole, alcune delle quali recenti (tabella 1).




Innanzitutto, la varietà multinazionale delle produzioni rispecchia la diffusione globale del carcinoma mammario: se ben 7 dei 14 film presi in esame sono stati realizzati negli Stati Uniti, gli altri sono suddivisi tra l’Italia (2) e, con un film ciascuno, Iran, Giappone, Danimarca, Argentina e Spagna. Si tratta di una patologia che ha atteso a lungo prima di esser rappresentata sullo schermo, probabilmente a causa di una sorta di autocensura, per l’universo di significati e di simboli legato al seno femminile. E così, se Dark Victory, con la grande Bette Davis affetta da un cancro al cervello, è già del 1939, si è dovuto attendere fino al 1997 perché un film parlasse di tumore della mammella. E, paradossalmente, lo ha fatto uno strano film americano, Breast Men, che ripercorre la storia dell’invenzione delle protesi mammarie in silicone da parte di due medici, William Larson (nel film interpretato da Chris Cooper) e Kevin Saunders (David Schwimmer), che nel 1962 hanno l’intuizione di realizzare delle protesi in gel di silicone della Dow Corning.

Gli anni Duemila sdoganano il tumore al seno sullo schermo, grazie a Luis Puenzo con La puta y la ballena (2002), il toccante racconto di una scrittrice, Vera (una espressiva Aitana Sánchez-Gijón), alla quale viene diagnosticato un tumore, e che per questo subisce una mastectomia. Il film mette al centro, per la prima volta, l’esperienza traumatica della perdita del seno. Il nudo in piedi di Vera, per la prima volta davanti al suo amante, è un atto di coraggio, a sancire l’accettazione del corpo così com’è, prezioso comunque agli occhi di chi ama.

Pochi anni dopo, anche l’americano The Family Stone (La neve nel cuore, in italiano, 2005) affronta la tematica. Sybil, la mamma matriarca (Diane Keaton), ha un tumore al seno, per il quale ha subito una mastectomia. Ad un certo punto, c’è una scena d’amore tra lei ed il marito (Craig T. Nelson): Sybil si denuda il petto mostrando la cicatrice, prima di fare l’amore. Si vede dunque per la prima volta sullo schermo una donna con malattia in fase attiva fare sesso, e provarne piacere. Una scena a suo modo rivoluzionaria che ha contribuito a cambiare l’opinione di molti a proposito della relazione tra cancro, attrazione fisica e desiderio sessuale.

Nel 2003 era già uscito in America Pieces of April, nel quale si era dato conto delle sofferenze di una donna di mezza età, affetta da un carcinoma mammario avanzato. Mentre nel 2007, un film iraniano, 10 + 4, aveva mostrato con sorprendente crudezza quasi documentaristica l’odissea di una giovane donna colpita dalla stessa malattia. Nei due anni successivi il giapponese April Bride e lo statunitense The Burning Plain mettono anch’essi al centro l’appassirsi della speranza e delle aspettative di giovani donne affette dalla malattia. Nel film di Ryuichi Hiroki, lei scopre di essere malata alle soglie del matrimonio e si sposa pur sapendo di avere davanti solo un mese di vita. Mentre nel film americano, Gina (Kim Basinger) ha vissuto l’esperienza della malattia, ha subito una mastectomia che le ha portato via sicurezza, serenità, ma soprattutto il marito, che ha smesso di desiderarla. L’incontro con un messicano sconosciuto le restituisce la speranza di piacere e di vivere, insieme alla femminilità. Il che risulta insopportabile al contesto sociale e familiare che la preferisce sconfitta e che finisce col bruciare – letteralmente – quell’amore, piuttosto che rispettarlo.
Il che induce una riflessione più generale: al cinema, i giovani ammalano di cancro molto più che nella realtà. Ed anche se trattando qui di tumore al seno il genere è, per così dire, scontato, le donne sullo schermo si ammalano molto più frequentemente degli uomini.

Anche in Elegy (Isabelle Coixet, 2008) la protagonista è molto giovane. Nel film, tratto da L’animale morente di Philip Roth, Penelope Cruz esprime con arte tutto il rimpianto per il corpo sano e giovane, e insieme la consapevolezza – conquistata con fatica, anche grazie alla malattia – del limite, della sofferenza e però della speranza, specie quando è frutto dell’incontro, della relazione interpersonale. Le stesse sfumature, non banalmente sentimentali, vengono esplorate anche in altri film più recenti.




In Love is all you need (della danese Susanne Bier, 2012), Isa, una bravissima Trine Dyrholm, sposata ad un marito distratto e che la tradisce, con due figli e un tumore al seno recentemente operato, ritrova la voglia di vivere grazie a Philip, ricco vedovo di mezza età (Pierce Brosnan). Nonostante la calvizie, al di là dei dubbi e del domani incerto che l’induce a richiedere esami anche quando non sembrerebbe averne bisogno, vitalità e bellezza non svaniscono, a chi ha occhi per vederle ed apprezzarle. A volte invece può prevalere il senso di solitudine e la mancanza, come in Lily, un piccolo e delicato film indipendente americano, ambientato in una New York tanto fotogenica, quanto scorato è lo sguardo della giovane protagonista, alle prese con la calvizie da chemio e con le conseguenze della radioterapia.

L’importanza dell’essere accompagnati nel percorso di malattia è riaffermato da due recenti film italiani. In Immaturi 2 – il viaggio (Alberto Genovese, 2012) è descritta con garbo l’angoscia di una giovane donna, interpretata da Anita Caprioli, nell’attesa del responso delle analisi, stemperata dalla condivisione del responso con un ragazzo che le vuol bene, e la serenità riconquistata per la mancata recidiva. Un orizzonte più tempestoso si intravede invece alla fine di Allacciate le cinture, di Ferzan Özpetek (2014), nel quale Elena (Kasja Smutniak, bella ed espressiva come di consueto) affronta il viaggio nella malattia senza infingimenti, sorretta dalla madre, dalla zia e da una ristretta cerchia di veri amici, ma soprattutto da un’amica oncologa, decisa e paziente, mentre il marito non sembra reggere alla prova. Fino a quando invece riesca a trasfondere tutta la sua voglia di vivere e di lottare alla giovane moglie, in una toccante e inconsueta scena d’amore.
Finalmente, nel 2013, un film dedicato alla prevenzione del tumore al seno, e non alla sua cura, da una prospettiva femminile: The Hot Flashes, di Susan Seidelman. La vicenda si svolge in Texas, in una cittadina – Burning Bush, oh yes – dove vogliono chiudere la locale unità mobile di mammografia. Servono 25mila dollari per tenerla aperta ed una casalinga si fa in quattro per rimediarli. Come? Mettendo insieme un’improbabile squadra di basket femminile (le “Hot Flashes” del titolo, ispirato alle vampate di calore di queste casalinghe in menopausa) in grado di sfidare le campionesse locali. La peculiarità del film, non memorabile per il resto, è proprio la pervicace ricerca di fondi per la prevenzione del carcinoma mammario, vera scaturigine e centro focale della storia.
In ultimo, non è forse un caso che 4 dei 14 film considerati siano opera di registe. Lo sguardo femminile si spinge più a fondo nella comprensione di una malattia come il tumore al seno e aiuta a rappresentarne meglio le storie.