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DOI 10.1701/2990.29924 Scarica il PDF (950,4 kb)
Recenti Prog Med 2018;109(9):405



In questo numero

“Sono fuggita dal mio paese perché non volevo che mia figlia fosse infibulata, come è capitato a me da bambina”, racconta Akissi, 27 anni, dalla Costa d’Avorio, ora ospitata a Mineo (Sicilia), nel centro di accoglienza per richiedenti asilo più grande d’Italia con oltre tremila ospiti. “Non volevo che mia figlia soffrisse come ho sofferto io. Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia. Un giorno un gruppo di miliziani è entrato nella nostra casa. Ero terrorizzata. Urlavano ed imbracciavano dei fucili. Ci hanno picchiato e sono stata violentata di fronte a mio fratello e a mia figlia”. Ibrahim ha vent’anni ed è fuggito dal Mali a causa della guerra interna. Sequestrato da un gruppo armato per essere reclutato come combattente, rifiuta di imbracciare le armi e viene sottoposto ad innumerevoli violenze e torture, subendo anche l’amputazione del dito di una mano. Al momento della fuga viene colpito di striscio da due pallottole. Raggiunge la Libia attraverso il Niger e il deserto del Teneré, ma viene rinchiuso per 5 mesi in carcere dove è percosso quotidianamente e subisce violenza sessuale. Deprivato di cibo e acqua, vede vari compagni di cella morire di stenti. Riesce a fuggire e a imbarcarsi per l’Italia. Il barcone è sovraccarico e chi resta sotto muore schiacciato dal peso degli altri. All’arrivo in Italia, nell’hotspot di Pozzallo, è sottoposto ad interrogatorio da parte della polizia alla ricerca degli scafisti. Effettua richiesta d’asilo ed è trasferito in un centro di accoglienza alla periferia di Roma. Ha una grave sindrome post-traumatica ma, anche per l’assenza di mediatori culturali, la comunicazione con gli psichiatri è quasi impossibile.

Sono solo due delle tante storie raccolte dall’associazione di solidarietà internazionale Medici per i Diritti Umani. Storie che aumentano quotidianamente di numero.

L’Italia sta vivendo un’emergenza sanitaria di straordinaria portata, ridotta però a una questione di ordine pubblico. Il nostro paese non è il solo a ritenere di poter rispondere militarmente a un allarme umanitario. Per il New York Times del 12 settembre, negli Stati Uniti sono reclusi 12.800 bambini migranti: cinque volte di più che nel maggio dello scorso anno. Leggiamo sul New England Journal of Medicine che l’amministrazione Trump sta per varare nuove leggi per impedire l’accesso a qualunque persona possa essere classificata come un «peso pubblico in quanto dipendente dallo Stato per almeno la metà del proprio reddito. La definizione di “public charge” potrà essere estesa a qualsiasi persona migrante “usi o riceva uno o più benefit pubblici”» (Perreira KM, et al. N Engl J Med 2018; 370: 901-3). L’impatto sulla salute di queste politiche sarà devastante, milioni di persone perderanno accesso alle cure e al supporto alimentare essenziale: la povertà è il principale determinante di salute e malattia.

La “violenza strutturale” verso i migranti ne compromette la salute fisica e psicologica e molti dei danni alle persone sono causati dalla “violenza dell’incertezza” (Grace BL, et al. N Engl J Med 2018; 370: 904-5). Non sapere se un paese ti accoglierà o meno, se una nave potrà attraccare o sarà respinta, se il tuo status oggettivo di rifugiato sarà riconosciuto o negato: dobbiamo considerare questa incertezza parte fondante di una precisa strategia che vuole colpire donne, bambini, uomini e anziani migranti. Non è la conseguenza involontaria di una discussione politica o di un conflitto tra governo e magistratura.

«Nessuno è mai diventato povero donando», scrive Marlene Martin (Martin M. N Engl J Med 2018; 370: 906-7) parlando dei tanti confini che attraversiamo o non superiamo ogni giorno. Riguardano territori dell’anima, degli affetti, della solidarietà. Confini che separano dai migranti come da altre persone ferite alle quali dobbiamo sempre il rispetto che Rino Scuccato riconosce agli anziani che soffrono disturbi cognitivi (vedi gli Appunti di viaggio, a pagina 443): «Li tratto con deferenza, come un’aristocrazia decaduta o mandata in rovina da una convulsione politica, con espropri, umiliazioni e tutto il resto. Mi sento in questi casi un monarchico che non è ancora andato a raggiungerli in esilio».

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a cura di Cristina Da Rold (freelance health & data journalist)




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