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DOI 10.1701/2990.29931 Scarica il PDF (183,5 kb)
Recenti Prog Med 2018;109(9):447-448



Cinema e medicina

di Benedetta Ferrucci

“Sulla mia pelle”:
tornare (non restare) umani

“Quando la finiremo co’ sta stronzata della caduta dalle scale?” “Quando le scale finiranno de menacce”.

È una delle battute che, chi vedrà il film, sentirà per giorni risuonare nella testa. Insieme alle urla di Stefano che chiede di poter assumere la sua terapia contro l’epilessia, di cui soffre. La voce di Stefano Cucchi (interpretato magnificamente da Alessandro Borghi) è una voce disperata, potente all’inizio, che con il passare dei minuti nel film, insieme al corpo, cede al dolore, alla sfiducia, alla mancanza di attenzione, alla tentazione, fortissima, di scomparire davvero, dal momento che nessuno lo “riconosce”. E infatti quella voce, il 22 ottobre del 2009, si spegne per sempre.

Sulla mia pelle nasce dal desiderio di strappare Stefano alla drammatica fissità delle terribili foto che tutti noi conosciamo, quelle che lo ritraggono morto sul lettino autoptico, e ridargli vita. Movimento. Parola”, scrive Alessio Cremonini, il regista, nelle note che accompagnano la presentazione del film.

Sette giorni condensati in 100 minuti: brevi scene iniziali ci fanno intuire la normalità e anche le contraddizioni della vita di Stefano con la sua famiglia (Jasmine Trinca nel ruolo di Ilaria Cucchi, Max Tortora nel ruolo del padre Giovanni, Milvia Marigliano in quello di Rita, la mamma), ma la maggior parte del film, inevitabilmente, si concentra su quello che accade a partire dalla sera del 15 ottobre 2009, quando Stefano Cucchi viene arrestato.

La narrazione è affidata a fotogrammi potenti, dove prevale l’oscurità delle celle, e, nelle poche scene in esterna, il grigio del cielo. Come se il colore non potesse appartenere a questa storia. Una palette neutra, i toni desaturati, scelte stilistiche che hanno un effetto ben preciso sullo spettatore.







“Sulla mia pelle” è un film pulito, misurato, rigoroso nel rispettare la verità delle 10.000 pagine di atti e indagini a cui il regista Cremonini e la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan hanno fatto riferimento per la scrittura di scene e dialoghi. Dialoghi così privi di sbavature (così come le inquadrature) e determinati a non lasciare spazio alla retorica fanno davvero pensare che un film su Stefano Cucchi non sarebbe potuto essere migliore di questo. E non sono dei piccoli miracoli, questi che accadono nel cinema italiano, ma il risultato di impegno, di professionalità e di scelte. Si sceglie da che parte stare (come è inevitabile che sia di fronte alla vicenda di Stefano Cucchi) ma anche di tenersi un passo lontano dalle trincee della faziosità. Si sceglie di non mostrare la scena del pestaggio e di affidare alla pelle di Alessandro Borghi di dire tutto quello che è successo dietro quella porta che si chiude. Come avrebbe dovuto essere nella realtà.

Altre scelte stanno accompagnando l’uscita del film: Andrea Occhipinti, presidente della Sezione dei distributori dell’ANICA, il 18 settembre ha deciso di dimettersi “perché la nostra scelta di distribuire Sulla mia pelle […] in contemporanea nelle sale e su Netflix ha creato molte tensioni tra gli esercenti che lo hanno programmato (pochi) e quelli che hanno scelto di non farlo (molti)”.

Anche la direzione del Festival di Venezia ha compiuto una scelta coraggiosa: quella di aprire la sezione Orizzonti con la proiezione del film. Mentre l’Arma dei Carabinieri ha scelto di non concedere alla produzione i permessi per girare alcune scene del film sul portone di Regina Coeli. Tutto quello che vedrete è stato ricostruito sui set.




Dalla narrazione del film non esce un martire, perché Stefano non lo era. E non esce neanche un “cattivo”. Sono 140 le persone che hanno visto Stefano Cucchi durante i sette giorni del suo calvario. Carabinieri, poliziotti, avvocati, giudici, detenuti, agenti di polizia penitenziaria, assistenti sociali, infermieri, medici. Centoquaranta paia di occhi. Alcuni di questi hanno capito e tentato di fare qualcosa, ma la maggior parte ha scelto di non vedere. Se c’è un significato più profondo della vicenda di Stefano Cucchi è questo. Stefano è morto in seguito alle gravi lesioni procurate dal pestaggio avvenuto tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre, ma è morto mentre era in custodia cautelare, mentre si trovava sotto la tutela dello Stato. Quelle 140 paia di occhi sono la tutela dello Stato. Oggi, anche grazie a questo film, sappiamo che se c’è qualcosa che dobbiamo recuperare, noi che siamo “anche” lo Stato, è l’umanità che ci è stata tolta e che dobbiamo riprenderci, e tenerla stretta e difenderla con le unghie e con i denti da chi verrà, perché verrà, a tentare di strapparcela di nuovo dagli occhi e dalle braccia.




Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |  ISSN online: 2038-1840