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DOI 10.1701/3031.30295 Scarica il PDF (142,6 kb)
Recenti Prog Med 2018;109(11):561-562



Cinema e medicina

a cura di Luciano De Fiore

Il verdetto

Forse il diffuso relativismo, forse la mancanza di punti fermi: fatto sta che viviamo un’epoca che pare quasi reclamare verdetti. E si compiace per quei pochi che il quotidiano propone: tre italiane su quattro al secondo turno della Champions League, oppure il verdetto per cui Trump sfugge all’ondata blu dei Democratici (o, al converso, quello per cui il Presidente perde la Camera alle elezioni di MidTerm). Certo, così ricorriamo ad un uso metaforico di un termine che invece ha una cogenza tutta propria, quando usato in ambito giuridico. Com’è il caso di un film recente, Il verdetto, nel titolo italiano, diretto da Richard Eyre e tratto da un romanzo di Ian McEwan che ne cura anche la sceneggiatura: in originale, The Children Act, e pubblicato da noi come La ballata di Adam Henry.

Diciamo subito che una delle particolarità, sia del romanzo, sia del film, entrambi molto belli, sta nell’uso originale del termine “verdetto”. Che può essere di assoluzione o di condanna. E che invece per McEwan in questo caso è, contraddittoriamente, di assoluzione e di condanna.





Al centro del film c’è una relazione. All’inizio, da un lato c’è una giudice dell’Alta Corte di Londra, Fiona Maye, prossima ai sessanta, sposata con Jack (un notevole Stanley Tucci) ma senza figli, molto rispettata per il suo spendersi da anni con abnegazione nella protezione dei minori. Nel film è interpretata splendidamente da Emma Thompson. Dall’altro, un ragazzo di quasi diciott’anni, malato gravemente di leucemia, Adam (Fionn Whitehead), figlio unico di una coppia di Testimoni di Geova. La Giudice Maye è abituata a esprimere verdetti difficili, senza tentennamenti apparenti e con il linguaggio giuridico appropriato, lucido e affilato. Nel film, e nel libro, la vediamo alle prese con casi difficili, come quello di due gemellini siamesi: entrambi, restando uniti, nel medio periodo morirebbero. Se li si separa, il sacrificio di uno garantirebbe con buone probabilità le chances di vita dell’altro.





Ma stavolta non è così. Con un colpo di scena, l’asimmetria iniziale della relazione tra giudice e giudicato s’incrina. Lo squilibrio (di età, d’esperienza, ma soprattutto di ruoli) tra Fiona e Adam viene esposto al rischio di una perequazione, quando derogando all’ortodossia dell’etica professionale, la giudice sceglie di far visita ad Adam in ospedale: vuole capire de visu se il rifiuto di sottoporsi ad una trasfusione che potrebbe salvare la vita al ragazzo è una sua scelta autonoma. Com’è noto, infatti, per i Testimoni di Geova è inaggirabile il divieto di donare o ricevere sangue. Le motivazioni di questa scelta vengono perlopiù ricondotte ad una interpretazione di alcuni testi biblici. Fiona comprende che, al fondo, Adam desidera vivere e quindi autorizza i medici ad intervenire, contro il parere dei genitori di Adam. È un caso di scuola: capita di continuo anche in Italia, dove per quanto riguarda i minori, figli di Testimoni di Geova, la legge è chiara: dovranno essere attivate le procedure previste dagli artt. ٣٣0 e 333 del codice civile con l’intervento del giudice tutelare.

Tuttavia, ed è qui che il film si rende più interessante, il comportamento della giudice Maye chiarisce quanto sia sbagliato attribuire al medico un generico “diritto di curare”, che sminuisca o elimini del tutto la possibilità del paziente di orientarsi liberamente dopo aver ricevuto la migliore informazione possibile. Anche quando il paziente è un minore, defedato e provato dalla malattia. Fiona, infatti, desidera che il ragazzo comprenda che la scelta non è tra la vita e la morte, tour court, ma tra la possibilità di vivere e la possibilità, oltre che di morire, di sopravvivere con gravi menomazioni. E desidera che a scegliere sia lui, il malato.
Al capezzale del ragazzo, l’asimmetria viene raddrizzata – pericolosamente, certo – dagli affetti in gioco. Fiona non ha figli, e sta vivendo un momento particolarmente difficile con Jack, stanco di un rapporto fecondo, ma routinario e senza sesso: «Sono diventato tuo fratello. È una sensazione piacevole e dolce e ti amo, ma prima di morire, voglio ancora vivere una grande passione», le confessa il marito. L’emotività della Giudice è quindi ancor più scossa. Incapace di soffiare sulle braci del proprio rapporto con Jack, nell’adolescente malato la Giudice avverte invece, chissà quanto inconsciamente, l’occasione per ri-dare la vita a qualcuno. Per di più, Adam si fa davvero Adamo: come fosse il primo uomo, cui la potenza della Legge, irrorata dalla potenza dell’amore materno, sembra poter fare il miracolo di una rinascita.




Come non bastasse, Fiona Maye è anche una raffinata pianista di musica da camera. Mentre Adam, che ha da poco scoperto la chitarra (nel romanzo, il violino), è come una spugna desideroso di bellezza e di novità. La Giudice, al loro primo incontro, gli svela l’autore del testo di una ballata che il ragazzo strimpella: sono di William Butler Yeats i versi semplici e memorabili di “Down By The Salley Gardens”. Non sono le parole dei codici, affilate e precise, quelle che aprono alla vita, ma quelle della poesia, più misteriose e sfuggenti. Giudizi ineccepibili, dalla prosa levigata, portano con sé il pericolo di distruggere la sensualità e l’eccitazione della vita. Quando invece ci si dovrebbe aprire alla musica e alla poesia, perché pur nella loro incontrollabilità hanno il potere di cambiare le nostre vite. Lì, sulle note che lasciano intravedere quei giardini di salici ai bordi del fiume, la matura altera e ancora bellissima Fiona ed il giovane Adam sono percorsi da un erotismo che colora con toni diversi le diverse stagioni delle loro vite e le loro sensibilità. Entrambi, ognuno a suo modo, avvertono la potenza della pulsione che invita a «prendere la vita così come viene, come l’erba cresce sugli argini». Per Fiona, l’ultimo appello. Anche per Adam, prima che la malattia si presenti di nuovo e lui, spossato dal rifiuto di Fiona di farsi sua madre e sostegno, le si arrenda.
Ed ecco il verdetto implicito, il vero verdetto finale: di assoluzione per entrambi, come per Jack del resto, come per chiunque impegni la propria vita esponendosi ai rischi della relazione. E di condanna, per ambedue, perché questa è già connaturata al nostro limite ed ai nostri particolari e specifici limiti: di disponibilità, di forze, di coraggio, di comprensione. Non c’è contraddizione, perché la vita è sempre anche controvita, ci ha insegnato Philip Roth, autore amato da McEwan. Neppure la forza della poesia e della musica può nulla, dando soltanto espressione e volume alle ombre che ormai si allungano inesorabili sul destino di morte di Adam e su quello, di amara solitudine, della Giudice.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-1840