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DOI 10.1701/3182.31613 Scarica il PDF (61,9 kb)
Recenti Prog Med 2019;110(6):306-307



Il vento fa il suo giro

Paola Arcadi1

1ASST Ovest Milanese, Università di Milano.

Pervenuto su invito il 3 giugno 2019.

Riassunto. L’incontro tra un malato e il curante è sempre l’incontro tra due persone. L’articolo racconta la storia della relazione di cura tra un trentenne sofferente di AIDS e un’infermiera che dapprima lo accoglie in ospedale e successivamente si prende cura di lui garantendo l’assistenza domiciliare, anche oltre il tempo strettamente necessario alla terapia, fino alla morte del paziente. Questa relazione di cura si rinnova nel sorprendente incontro tra la donna e il figlio del paziente ormai diventato uomo, studente di medicina.

The wind makes its rounds.

Summary. The encounter between a patient and the caregiver is always the encounter between two human beings. The commentary tells the story of the relationship between a 30-year-old man suffering from AIDS and a nurse who first accepts him at the hospital and then takes care of him, guaranteeing home care, even beyond the time strictly necessary for therapy, until the death of the patient. This relationship of care is renewed in the surprising encounter between the woman and the son of the patient who has become a man, a medical student.

Si chiama Giovanni. O meglio, si chiamava Giovanni. Fu ricoverato in un turno di notte di quelli che vorresti dimenticare: urgenze, reparto strapieno, la collega in turno con la febbre, e, per non farmi mancare nulla, poco prima di arrivare al lavoro feci un incidente (nulla di che, e poi “stranamente” non era colpa mia). “È stato trovato nudo in giro per casa che confabulava”. Queste le parole dei soccorritori mentre aiutavano a trasferirlo dalla barella al letto di degenza. “Ecco, ci mancava anche questa”, fece eco la mia collega con il viso rubeo e accaldato dalla febbre.

Quella notte iniziò la mia conoscenza di Giovanni, una persona che ho custodito nel cuore fino ad oggi, giorno in cui qualcosa mi ha riportato esattamente a quel turno di ormai vent’anni fa. Aveva sui trent’anni, ma per me, giovane infermiera alla primissima esperienza, pareva vecchissimo con quel viso scavato dall’AIDS e quelle rughe che mi ricordavano i vecchi pescatori che portano sul viso i segni del lavoro incessante sotto il sole cocente. Ricordo come fosse oggi la sua pelle piena di tatuaggi mal fatti (“sono stanco”, sul piede dx, “anche io” sul piede sinistro, furono oggetto di ilarità tra colleghi per molto tempo), segni indelebili delle molte giornate passate ad annoiarsi dentro una cella del carcere, in cui ci finiva per colpa dello spaccio e di qualche furtarello per procurarsi la dose; insomma, lo standard tipico di un eroinomane la cui vita probabilmente non era stata molto clemente nei suoi confronti, regalandogli tra le altre cose una malattia che in quegli anni era praticamente una sentenza di morte.

La notte fu terribile, non smetteva di urlare e di agitarsi nel letto, in preda al delirio e alla confusione acuta: l’encefalopatia da HIV era al culmine della sua attività; ma per fortuna, grazie alla terapie immediate, nel giro di qualche giorno la sintomatologia si risolse e Giovanni tornò nel mondo della normalità.

Il carattere di Giovanni era insopportabile, metteva a dura prova chiunque con quel tono sprezzante con cui rifiutava ogni contatto, con il silenzio in cui si chiudeva per ore, con la rabbia con cui si rivolgeva a tutti, come fanno i cani quando vengono feriti. Chissà quante ferite non visibili portava con sé quell’uomo all’apparenza imbruttito da una vita difficile. Una mattina entrai in camera per eseguire un prelievo ematico, era sveglio, con gli occhi fissi sul muro davanti a lui, e allora con molta delicatezza gli dissi: “Giovanni, dobbiamo controllare l’emocromo, che braccio mi dai?” Mi guardò rabbioso, e scaraventandomi addosso un asciugamano mi rispose urlando: “Stronza, vattene subito e non farti più vedere!” Raccolsi l’asciugamano, lo guardai sorridendo e gli dissi solamente queste parole: “Se hai fame, chiama l’ausiliaria, oggi ci hanno portato una colomba buonissima”. Dopodiché uscii dalla stanza, e corsi in bagno a piangere. Non lo vidi più, perché per mia fortuna avevo preso una settimana di ferie.

Al mio rientro mi dissero che era stato dimesso il giorno precedente, ma che necessitava di visite domiciliari per controlli ematici periodici e per la cura di una piccola ferita infetta in sede temporale. Non feci in tempo a dire: “Ah beh, io non ci vado di certo!”, che la mia coordinatrice disse: “Paola, il paziente ha chiesto se puoi andare tu”. Ci volle un po’ prima di convincermi che non si trattava di uno scherzo.

Entrai in quella casa di cortile e mi sentivo parecchio inquieta, visto com’era andata l’ultima interazione con quell’uomo. Alla porta mi accolse un bambino di circa cinque anni che mi disse: “Il papà e di sopra, vieni che ti porto io”. Era bellissimo, solare e simpatico, con quel suo trattore sotto al braccio che non mollò mai per tutto il tempo in cui rimasi lì. La camera da letto in cui si trovava Giovanni, ancora incapace di camminare da solo, aveva un odore di stantio misto a odore di disinfettante, ma era molto pulita e ordinata, con quel letto a baldacchino che mi ricordava quelli raffigurati nei dipinti dell’Ottocento. Salutai, lui mi guardò e mi disse: “Sai che la colomba era proprio buona?” Da quel momento non ho più smesso di prendermi cura di lui; mi recavo a fargli visita due volte la settimana, e proseguii anche quando la ferita non aveva più bisogno di me, anche quando si aggravò fino a quel giorno di inverno in cui morì, su quel letto a baldacchino e con il trattore giocattolo accanto al cuscino.

“Ce l’hai ancora quel trattore?”, domando al ragazzo che ho di fronte. “No, mi si è rotto ma ho una foto di me con il trattore in braccio al babbo”. Il ragazzo aveva citofonato a casa mia qualche attimo prima: “Buongiorno, è il corriere, c’è un pacco per lei”. Lo vedo entrare, lo guardo, mi sembra un volto già noto ma, come succede spesso, mi dico che il mondo è pieno di persone che ci paiono somigliare a qualcuno di conosciuto. È lui a dirmi: “Ma… lei è Paola Arcadi che lavorava nel reparto di malattie infettive?” “Sì. Sono io.” E lui invece è il piccolo bimbo con il trattore, oggi diventato uomo, che studia medicina e che non ha più il suo trattore.

Il vento fa il suo giro, e io oggi di getto ho voluto scrivere di Giovanni, del suo bimbo e del trattore, perché il vento non disperda ancora nella memoria ciò che invece voglio resti saldo nel mio cuore. “Noi moriamo, le nostre storie restano”.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-1840