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Gene transfer and the ethics of first-in-human research. Lost in translation.
Jonathan Kimmelman. Pagg. 206. In brossura. Cambridge University Press, Cambridge 2010. Sterline 27.99. ISBN 978-0-521-69084-3.

La terapia genica offre orizzonti assai promettenti ma forieri di problematiche etiche. Il presente volume mostra una gamma di esempi significativi. La tesi di fondo è che, per questo tipo di trattamento, il trasferimento, troppo spesso acritico, del contesto bioetico di un trial in uno studio di prima fase sull’uomo, può risultare non scevro di rischi rilevanti.
Gli argomenti principali spaziano dalla sperimentazione sull’uomo al consenso informato, dalla definizione di rischio accettabile al reclutamento “selettivo” negli studi clinici preliminari. È un libro destinato soprattutto a bioeticisti, filosofi morali, genetisti, politologi e ricercatori biomedici.



The scientific life: a moral history of a late modern vocation.
Steven Shapin. Pagg. 486. Rilegato. University of Chicago Press, Chicago 2008. Doll. 29.00. ISBN 9-780-22675-024-8.

Pur non essendo un testo recente, conserva la sua attualità. Come afferma l’Autore: «Quanto più aumentano il potere della scienza e le problematiche ad esso connesse, tanto più acquistano importanza le virtù personali degli scienziati». L’obiezione pericolosamente diffusa (e che Shapin non elude) è quella secondo cui – a dispetto delle buone intenzioni dei singoli e dell’impegno individuale al fine del progresso e del benessere – “la casta” finisce troppo spesso col tradire tali propositi. Ecco quindi la necessità d’un costante richiamo ai principî etici fondamentali d’ogni ricerca. L’assunto da riaffermare è l’inscindibilità di progresso e morale. Max Weber, uno dei padri fondatori della scienza sociale, insistette per tutto il suo percorso di studio e di docente sul presupposto di base: la scienza come vocazione; monito cui – si duole il libro – non ottemperano quegli scienziati i quali all’idealità missionaria antepongono il realismo della professione. Là dove al giorno d’oggi, ribadisce l’A., a noi piace continuare a considerare lo scienziato come colui che è primariamente interessato a ciò che egli può dare alla scienza, piuttosto che a quello con cui la scienza può gratificare la sua ambizione. E ciò senza cedere a tentazioni nostalgiche, restauratrici; al contrario, vivendo appieno, e partecipandolo, il complesso ed affascinante itinerario di un avanzamento scientifico fondato su valori umani e civili.