Area Abbonati
LoginPassword
DOI 10.1701/1940.21096 Scarica il PDF (356,0 kb)
Recenti Prog Med 2015;106(7):344-345



Cinema e medicina

a cura di Luciano De Fiore

Teneramente folle.
La sofferenza mentale può esser mai “tenera”?

Chissà perché il titolo originale (Infinitely Polar Bear) è stato tradotto così in italiano. Di tenero, nel film, c’è molto in effetti, ma non la follia, una volta si sia deciso di definir tale il grave disturbo bipolare di cui soffre il protagonista, Cameron (detto Cam) Stuart. L’orso polare evocato nel titolo inglese esprime molto meglio la diversità, la selvatichezza ed insieme la rozza naturalità dei comportamenti di Cam, alle prese con una malattia insidiosa, specie se si sposa – come in questo caso – all’indigenza economica ed al pregiudizio razziale.

Il film è ambientato alla fine degli anni Settanta ed è frutto dei ricordi autobiografici della regista, alla sua opera prima, Maya Forbes (interpretata da Imogene Wolodarsky, in realtà figlia della regista), nel film dodicenne bianca di una coppia mista: il padre bianco, interpretato da Mark Ruffalo, e la madre nera (Zoe Saldana). C’è anche una sorella più piccola di colore, l’incantevole Faith (Ashley Aufderheide).

Cam era un bravo direttore della fotografia, lavorava con successo per la televisione. Fin quando il disturbo maniaco-depressivo ingravescente gliel’ha concesso. Perso il lavoro, istituzionalizzato, il pover’uomo appare nel film pesantemente sedato e stordito dagli psicofarmaci, quasi irriconoscibile per le figlie: litio, innanzitutto, agente antimaniacale fin dal 1949 nella pratica psichiatrica, e poi aloperidolo e valproato in un mix certamente credibile, sul finire degli anni Settanta, prima che gli antipsicotici atipici facessero la loro comparsa. L’unica compagna fedele gli resta la sigaretta perennemente accesa, sia pure con difficoltà dato il tremore dovuto all’assunzione del litio. Mentre la moglie Maggie – alle prese con la stretta economica – compie una scelta in apparenza narcisistica, lasciando Boston, prima per un master alla Columbia di New York e poi per cercare un lavoro. Ma non è così: Maggie intuisce, ed in parte sa per i colloqui con i terapeuti, che Cam potrà ritrovarsi anche e soprattutto se sarà in grado di responsabilizzarsi e di provvedere alle bambine. E sceglie di fidarsi, pur sapendo il rischio cui va incontro.

Uscito d’ospedale, Cam deve dunque dedicarsi continuativamente alle figlie, occupandosi della casa con i tipici alti e bassi che esprimono bene il suo disagio, ma conquistandone lentamente la fiducia ed il rispetto, al di là della sua eccentricità, del disordine, delle incomprensioni, addirittura della vergogna provata a volta dalle bambine nei confronti di un papà vestito in modo improbabile e dai modi sopra le righe, conseguenza dell’elevazione del tono dell’umore. La camera del genitore è invasa da cose rotte e, in teoria, in via di riparazione: ma gli hobby non sono finalizzati e le attività del povero Cam appaiono disorganizzate e confuse. Oltretutto, a tratti, Cam è tentato ancora dall’alcolismo, via di fuga facile dalla durezza della realtà.




La bipolarità segna tutto il film. Ovviamente, perché è il disturbo di cui soffre Cam. Ma bipolari sono anche, intuitivamente, le coppie bianco/nero e ricco/povero. Meno scontata è la bipolarità privato/pubblico, riferita alla scuola, nella scelta che devono affrontare Cam e Maggie per le figlie. O quella padre/marito, che attanaglia Cam, ormai ristretto al proprio ruolo di padre accudente, ed esautorato – almeno pro tempore – da quello di coniuge e amante della moglie. La sua è la storia, amara, di un uomo che sembra perdere a causa della malattia il lavoro, il proprio ruolo sociale ed il rispetto della comunità, vedendo capovolta anche la propria funzione in seno alla famiglia.




Torna quindi sugli schermi la malattia mentale. Una presenza costante nella storia del cinema, in particolare proprio a partire dagli anni Settanta descritti nel film della Forbes. Tuttavia, il film ha il pregio di rappresentare, e in modo credibile, il disturbo bipolare, molto più raro sugli schermi rispetto a depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, schizofrenia e spettro psicotico, nonostante ne soffrano – nei soli Stati Uniti – più di 5 milioni e mezzo di persone. Nella breve galleria, ricordiamo tra i migliori film dedicati al bipolare Frances (di Graeme Clifford, 1982), Mr Jones (di Mike Figgis, 1992), il pianista di Shine (di Scott Hicks, 1996) e la Virginia di The Hours (di Stephen Daldry, 2002). Ma d’ora in poi, pensando ad una persona sofferente di disturbo bipolare, non potremo fare a meno di ricordare la dolente ed eccentrica figura di Cam ed il suo resistente e pervicace amore per Maggie, Amelia e Faith.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-1840