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DOI 10.1701/1046.11406 Scarica il PDF (3.507,2 kb)
Recenti Prog Med 2012;103(3):130



Medicinema

Il comico è riso,
l’umorismo è sorriso
Carlo Dosi

Un sorriso nel buio
«Ho un cancro ma non ci piango su» appare a prima prima vista una proposizione inverosimile o, forse, un ossimoro singolare; eppure è proprio in chiave umoristica che lo sceneggiatore Will Reiser ha scelto di raccontare in un film la sua storia di malato oncologico (50 e 50, regia di Jonathan Levine; durata 100 minuti, Eagle Pictures, USA 2011).
Ad Adams, prestante ventisettenne, viene diagnosticato un tumore maligno. Insieme al suo fedele amico Kyle, seguiamo giorno dopo giorno il viaggio nel tunnel della malattia, attraverso diagnosi, trattamento, dolore, speranza, delusione, accettazione. Ma senza drammi, anzi, con un sorriso.
Adams ha, infatti, un cinquanta per cento di probabilità di sopravvivere: da qui il titolo del film ed il carattere di sfida su cui è focalizzata la reazione dei due amici a tale situazione di precarietà.
I film su malattie e malati sono, di solito, strappalacrime deprimenti; questo di Levine è una lodevole eccezione perché concilia, con misura, pietas ed arguzia là ove meno ce lo aspetteremmo: con un effetto simile alla sorpresa che ricaveremmo udendo un ridere sommesso in una stanza buia (qualcosa che in psicologia medica potrebbe essere definito come un meccanismo di compenso).
Il rapporto medico-paziente descritto nel film sottolinea con garbata ironia le tecniche di comunicazione ultima-moda fino a poco tempo fa insegnate nelle Facoltà universitarie: diagnosi, terapie, prognosi: tutto notificato in forma paternalistica senza soverchie preoccupazioni circa la recettività del malato. Ma Adams percorre il suo iter con calma serenità, in compagnia di Caterina, una specializzanda che lo affianca nel vivere la malattia e lo incoraggia anche ad un rapporto tutt’altro che platonico.



È l’ottica in cui il regista desidera che sia vista l’intera vicenda, uno scenario il meno tragico possibile in cui i pazienti non risparmiano celie agrodolci sulle loro patologie ed il protagonista arriva a servirsi di alcuni aspetti della malattia (la parrucca, gli effetti della chemio) quali strumenti di seduzione. Sono tutte trovate singolari per confrontare la prorompente vitalità d’una giovinezza ad un evento imprevedibile e funesto, sottolineando il prevalere della prima. Tanto che il film rischia perfino di infrangere la promessa di malleveria costituita da una vita salubre, allorché ci avverte – realisticamente (!) – che per non ammalare non basta essere astemi e non tabagisti; d’altra parte, è pur vero che i fattori di rischio, nella nostra società e dal nostro stile di vita vengono, dai più, disattesi: si pensi al recente studio americano sull’obesità che, pur non raggiungendo esiti di significatività, ha dimostrato che, sul totale dei partecipanti, solamente il 32% riconosceva il proprio sovrappeso come fattore di rischio e che ben il 57% trascurava totalmente l’allerta del proprio indice di massa corporea (Cancer Educ 2011; 26: 767-73). Analoghe considerazioni valgono per la percezione del rischio di cancro polmonare: rischio talmente sottovalutato in soggetti fumatori da giustificare il loro rifiuto d’arruolamento in uno screening dedicato (Thorax 2011; doi:10.1136).
Il film di Levine non rinunzia del tutto ad un messaggio pedagogico, in quanto raccomanda di non sottovalutare l’insidia – spesso criptica – del tumore, alla luce di quanto documentato nel recente Report del Ministero della Salute britannico sul tema “Improving Outcomes: a strategy in cancer”. Il Rapporto è fondato sulle risultanze della Rare Cancer Foundation (www.rares­cancers.org), rivelatrici d’una situazione non sempre controllata a dovere. Alcuni esempi: su 322 pazienti seguiti in Centri di Prima Assistenza, risultava che fossero state richieste notizie su precedenti familiari di malattia oncologica solo ad un 29%; più del 50%, inoltre, riferiva di avere ottenuto una diagnosi corretta soltanto dopo due consultazioni ed a quasi un 30% non era stata prescritta una visita di controllo alla dovuta distanza di tempo. Una tale ingravescente sottovalutazione di rischio correla direttamente con un incremento di patologia.
In sintonia con l’andamento tutt’altro che ansioso della storia, 50 e 50 ha un lieto fine stile hollywoodiano, ma in questo caso coerente con una visione di vita anticonformista: quella di un malato (oggi al sesto anno di remissione) che non si piange addosso ed anzi sventola sorridente il vessillo della fiducia.
Cecilia Bruno


Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-1840