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DOI 10.1701/1806.19710 Scarica il PDF (585,1 kb)
Recenti Prog Med 2015;106(3):144-146



Medicina e letteratura

Malattie, vaccini e fiction

È accaduto. Le campagne contro i vaccini sono riuscite a far abbassare il numero degli immunizzati e ad aprire un varco a malattie che si ritenevano quasi eradicate, come il morbillo. Forse solo la paura indurrà le persone a modificare il trend attuale, quello negativo che ha portato ai fatti di Disneyland.

Correggere una informazione errata già acquisita, come ben sanno gli psicologi cognitivisti1, non è affatto semplice, e non basta l’evidenza delle comunicazioni scientifiche per ottenere il risultato sperato. Inoltre, mentre il linguaggio della scienza deriva dal pensiero logico-scientifico, ed è razionale e positivo, la comunicazione degli anti-vaccinatori è di tipo narrativo, emotiva, episodica e a tratti persino magica.

Tuttavia, la reazione contro gli anti-vaccinatori, ritenuti responsabili della recente recrudescenza del morbillo, è stata viscerale e a tratti rabbiosa, in parte spontanea, ed è partita anche dal pubblico “laico”. La famosa lettera di Roald Dahl2, circolata in questi giorni, quella nella quale lo scrittore britannico, invitandoci a vaccinare i nostri figli, ci narra della morte della figlia Olivia a causa del morbillo, è episodica e commovente, e poiché si rivolge direttamente alle nostre emozioni, ci coinvolge. Dahl ci ha offerto, purtroppo per lui, una “vittima identificabile”, in grado di suscitare la nostra empatia molto meglio dei dati statistici3. Se il partito “pro-vaccino” si riappropria degli strumenti della narrazione e dello storytelling, forse è lecito pensare che la letteratura, o una parte di essa, possa giungere in suo soccorso.

La malattia è molto presente nell’arte e nella letteratura, sia come evento individuale sia come catastrofe collettiva. Le grandi epidemie, terribili e un tempo inevitabili, ci vengono narrate sovente, come nella pittura, anche nei racconti letterari: si pensi ai Promessi Sposi, a La Peste, di Albert Camus, a La Maschera della Morte Rossa, o a Re Peste di Edgar Allan Poe, tanto per citarne qualcuno. Dalla fantascienza al soprannaturale, la malattia è spesso protagonista di thriller in cui gli agenti patogeni devono essere scoperti, isolati e resi impotenti, come un qualsiasi serial killer. E se per Edgar Allan Poe l’unica difesa dal morbo era l’isolamento fisico4, la fiction odierna individua la salvezza nell’antidoto, nel vaccino, oggettivo risultato dei progressi della scienza.

Anche la letteratura, inclusa quella di evasione, esprime i concetti in modo molto più efficace di quanto possano fare freddi report di puri dati scientifici. Nel 1962, lo stesso anno del decesso della figlia di Roald Dahl, Agatha Christie, ispirandosi a una storia vera5, pubblicò The Mirror Crack’d from Side to side, tradotto in Italiano con il titolo Assassinio allo specchio (dal quale fu tratto anche un famoso film), nel quale l’autrice ci spiega un omicidio (anzi una serie di omicidi) attraverso un caso di rosolia congenita. «Marina era stata colpita dalla rosolia durante i primi mesi di gravidanza e più tardi il dottore le disse che l’anormalità del bambino era dovuta a quel fatto… lei non fu mai in grado di sapere in che modo, dove e da chi avesse preso quel male»6. Negli anni ’60 il vaccino per una malattia comune come la rosolia non era disponibile, e le malattie e le loro devastanti conseguenze, di cui ci siamo nel frattempo dimenticati, grazie ai programmi di immunizzazione di massa, erano visibili e tangibili. La Christie, come Dahl, ci ricordano le cose che noi non abbiamo visto: ce le raccontano attraverso storie coinvolgenti e così ci ricordano perché ci vacciniamo. La rosolia congenita è dietro l’angolo.

Il lettore attento non potrà ignorare l’altro aspetto che sollecita la nostra attenzione e che riguarda il nesso tra comportamento sociale e trasmissione delle malattie: le precauzioni vanno prese sia per proteggere noi stessi che gli altri. La vittima ignora l’assunto e contagia spensieratamente l’assassina, e per questo viene punita: «Marina non l’aveva mai saputo finché una sconosciuta non salì quelle scale e le raccontò il fatto… e quel che è peggio glielo raccontò con gioia! Con l’aria di essere fiera di quello che aveva fatto. Quella donna si considerava coraggiosa e piena di spirito per essersi alzata dal letto, malata, pur di andare a vedere l’attrice che tanto ammirava. Si era sempre vantata di quel gesto». Sebbene si ritenga una coraggiosa eroina, “quella donna” è in realtà un’untrice e diffonde il morbo proprio come lo sterminatore dalla maschera rossa di Edgar Allan Poe, certo non per malvagità ma per incurante egoismo. La questione è molto rimarcata durante tutto il romanzo: più di una volta Heather Badcock, la vittima, ci viene descritta come una che «[…] pensava sempre e solo a ciò che un’azione significava per lei ma non le passava neanche per la mente di pensare a quello che poteva significare per qualcun altro».




Attraverso una storia l’autrice sottolinea che la malattia è dunque anche un fatto sociale da cui derivano precise responsabilità individuali verso il prossimo. Se veniamo contagiati deliberatamente o per irresponsabilità abbiamo il diritto di arrabbiarci (… ovviamente non di uccidere!). Ne deriva che vaccinarsi, adesso che si può, è un atto collettivamente auspicabile perché protegge anche le altre persone. Gli anti-vaccinatori, che partono da una prospettiva prevalentemente individualistica (per chi fosse interessato esiste un episodio della serie americana Law and Order dedicato all’argomento che si intitola “Selfish”, egoista7), tendono a ignorare, insieme alle serie complicazioni di patologie facilmente prevenibili, in nome di un astratto concetto di libertà individuale, la funzione sociale dei vaccini di massa, che creano una barriera alla malattia difendendo dal contagio anche chi non è o non può essere immunizzato.

Per Agatha Christie, più di 50 anni fa, la prevenzione dal contagio era un dovere: i vaccini servono, eccome, come ci insegna anche, purtroppo per lui, Roald Dahl.

Bibliografia

1. Lewandowsky S, Ecker UKH, Seifert CM, Schwartz N, Cook J. Misinformation and its correction: continued influence and successful debiasing. Psychol Sci Pub Interest 2012; 13: 106-31.

2. https://roalddahl.com/roald-dahl/timeline/1960s/november-1962

3. Airely D. The upside of irrationality: the unexpected benefits of defying logic. New York: Harper and Collins, 2010.

4. Poe EA. Opere scelte. Milano: Mondadori, 1996.

5. http://it.wikipedia.org/wiki/Assassinio_allo_specchio_%28 romanzo%29

6. Christie A. Assassinio allo specchio. Silenzio si uccide. Milano: Mondadori, 1992.

7. http://www.imdb.com/title/tt1248631/

Francesca Strino

Blogger
www.terrestrelieve.wordpress.com

Chi era Roald Dahl

“Gli adulti sono creature complicate, piene di stranezze e di segreti”

Roald Dahl,
Danny il campione del mondo

Se la letteratura per l’infanzia avesse una Hall of Fame, ci sarebbero pochi dubbi sull’assegnazione del posto d’onore. I libri di Roald Dahl, a un quarto di secolo dalla scomparsa del loro autore, continuano a essere pubblicati e letti dai bambini di tutto il mondo senza che il loro successo accenni ad appannarsi. La fabbrica di cioccolato, Matilde, Il GGG, Le streghe, James e la pesca gigante, per citare i romanzi più noti, hanno segnato l’immaginario infantile di intere generazioni, ispirando film, opere teatrali e musical. Nelle storie di Dahl paura e crudeltà sono proposte senza riserve ai giovani lettori ma una scrittura ironica e leggera stempera i tratti più inquietanti con dosi calibratissime di avventura e senso del meraviglioso.

Roald Dahl nasce nel 1916 a Llandaffin, in Galles. Dai genitori norvegesi eredita, oltre a una statura fuori dal comune (1 metro e 98!), la possibilità di trascorrere le estati ad Oslo con la nonna. Orfano del padre a quattro anni, dopo un’infanzia passata in giro per le migliori scuole inglesi decide che il suo orizzonte è un lavoro in grado di portarlo verso posti “lontani e meravigliosi come l’Africa e la Cina”. Obiettivo raggiunto poco dopo il diploma grazie alla Shell che lo spedisce in Tanzania a occuparsi del settore strategico (e vastissimo) dell’Africa orientale. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo costringe a cambiare i piani e, come quasi tutti i britannici di stanza in Africa, si arruola per fronteggiare l’avanzata tedesca. Diventa pilota della RAF, ma un gravissimo incidente aereo nel deserto libico lo mette quasi subito fuori gioco.

Viene quindi trasferito prima in madre patria, poi dirottato a Washington (di fatto con compiti di propaganda e spionaggio), e comincia a scrivere le sue prime storie, indirizzate all’inizio a un pubblico adulto, anche se una delle prime opere che pubblica, nel 1943, è proprio un libro per bambini. I Gremlins, scritto originariamente per la Disney, diventerà nel 1984 la sceneggiatura di un celebre film di Steven Spielberg.

Nel 1953 sposa l’attrice Patricia Neal, conosciuta nei circoli artistici che comincia a frequentare in quel periodo, con cui avrà cinque bambini. La sua vita familiare sarà segnata però da una sfortunatissima serie di eventi negativi, dalla grave frattura cranica del figlio neonato, alla morte dell’amatissima Olivia per complicazioni legate al morbillo, fino all’emorragia cerebrale di cui sarà vittima la moglie Patricia che la costringerà su una sedia a rotelle.

All’inizio degli anni Sessanta comincia a scrivere libri per bambini – come dirà più tardi, saranno le storie della buona notte raccontate ai figli a fornirgli la prima ispirazione. Nel 1961 James e la pesca gigante, tre anni dopo La fabbrica di cioccolato, ma dal quel momento in poi la carriera letteraria di Dahl è costellata da una serie incredibile di best-seller e dalla consacrazione internazionale. Nonostante l’enorme popolarità dei suoi romanzi, non mancano le voci di dissenso, soprattutto appunti moralistici da parte di alcuni critici e organizzazioni di genitori che considerano diseducativa la cruda rappresentazione della vendetta dei bambini nei confronti delle malefatte dei genitori. D’altra parte le storie di Dahl sono popolate da adulti davvero poco raccomandabili che perseguitano i giovani (e precocissimi) protagonisti… Dahl si difenderà dalle accuse appellandosi al fatto che il senso dell’umorismo dei bambini è molto più crudele di quanto pensino gli adulti e che “bisogna sapere cosa piace ai più piccoli per ottenere la loro attenzione”.




Dopo aver divorziato dalla prima moglie nel 1983, Dahl si risposa con Felicity Ann Crosland e decide di trasferirsi con figli e nipoti a Gipsy House, una grande casa nel villaggio di Great Missenden nel sud dell’Inghilterra. Morirà per una rara infezione del sangue nel 1990.

Una vita segnata così profondamente dalla malattia e dalla perdita ha portato Roal Dahl a spendersi in prima persona per migliorare la vita delle persone a lui care. Con incredibile determinazione e “sospettabile” creatività ha sviluppato alcuni trattamenti medici pionieristici come la WADE-Dahl-Till valve per il figlio Theo – una valvola che è stata usata in moltissimi casi di idrocefalia infantile – e un programma di riabilitazione per la moglie Patricia. Ma lo scrittore ha sempre dedicato tempo e denaro ad aiutare i bambini malati e le loro famiglie, tanto che, alla sua morte, la vedova ha deciso di dare vita a una fondazione (la Roald Dahl Foundation, oggi Roald Dahl’s Children Charity) che usa le donazioni e una parte dei proventi della vendita dei libri per aiutare i bambini che convivono con epilessia, malattie del sangue e cerebrolesioni acquisite (tutte difficoltà che hanno toccato Roald Dahl molto da vicino).

Alessio Malta
responsabile sezione Bambini & Ragazzi
www.mangialibri.com




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