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DOI 10.1701/2502.26240 Scarica il PDF (107,5 kb)
Recenti Prog Med 2016;107(12):677



Cinema e medicina

a cura di Luciano De Fiore

American Pastoral, o dell’illusione dell’innocenza

«Ecco come sappiamo di essere vivi, sbagliando». Vivere non consiste nel capire la gente, ma nel capirla male, e poi male, e poi – dopo un attento riesame – male ancora. Questa la morale che il sessantaduenne Nathan Zuckerman – voce narrante – trae dalla storia tragica dello “Svedese”, quel Seymour Levov nato vincente.

Ci accorgiamo di vivere quando soffriamo, potremmo aggiungere senza cambiare il senso della riflessione del vecchio amico-testimone. Il quale ha appena ascoltato da Jerry, il fratello dello Svedese, la tragedia di un uomo impreparato alla tragedia, cioè la tragedia di tutti. Un dramma portato ora sullo schermo nell’opera prima di Ewan McGregor, dal romanzo di Philip Roth.
Una storia che può esser narrata a partire da un qualsiasi suo punto. Per esempio, dalla fine. Mette capo comunque alla peggior lezione che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. Questo il solenne messaggio che Nathan ricava da una vicenda pazza, in cui l’unica apparente colpevole – una giovane figlia omicida – viene assolta dall’amore e dai sensi di colpa dei genitori, dalla falsa coscienza di un’analista radicale, dalla noncuranza idiota dei suoi compagni di lotta. Fino a perdersi.
La storia, narrata sul finire del secolo nel romanzo dello stesso titolo da un Philip Roth al meglio, è lineare. Una coppia ideale degli anni Cinquanta del sogno americano: lui, lo Svedese, è un campione nello sport e nella vita, ebreo atipico dagli occhi azzurri, erede designato della piccola fortuna del padre guantaio a Newark. Ma anche Shakespeare era figlio di un guantaio. Lei è l’ex Miss New Jersey, una splendida mora dedita al suo uomo e poi, insieme a lui, alla figlia Merry. La quale vive all’ombra di queste due perfezioni, balbuziando la propria imperfezione reattiva.
Passano pochi anni e questa angusta vicenda famigliare si proietta su di un fondale nero: la guerra in Vietnam, il crescere di una coscienza ribelle tra i giovani statunitensi, fin quando una scheggia della cometa di questo nuovo caos americano si stacca andando a colpire Old Rimrock, la periferia di Newark, uccidendo all’alba un innocente droghiere. Una bomba. Una delle quattromila e passa che, nei primi anni Sessanta dopo l’escalation decisa da Lyndon Johnson incendiarono le città americane. Una bomba messa da Merry, dalla figlia amatissima, che sbalza di colpo lo Svedese dal sogno compiaciuto della pastorale americana proiettandolo in tutto ciò che è la sua antitesi, il suo nemico: nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale, nel segno di una rabbia cieca e insensata. Così, la piccola vicenda personale di un genitore, lasciato solo dalla moglie disperata nel cercare le ragioni dell’accaduto, diviene storia: «La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia, in realtà, ti si para davanti all’improvviso».

Il film di McGregor si sforza di rappresentare il vero dramma; che non è tanto quello di Merry, trasformatasi prima in una rancorosa rivoluzionaria e poi, schiantata da sensi di colpa non elaborati, in un’improbabile e infelice jaina che per non far male ad altri esseri annichila sé stessa, e suo padre, assoggettandosi all’isolamento e allo squallore assoluti. Il vero dramma è quello dello Svedese: non la sua illusoria innocenza, ma l’enigma del ruolo che quell’innocenza gioca nella tragedia della sua famiglia. Che nesso c’è tra la serenità pastorale di Seymour e la rabbia esacerbata e travolgente fino alla pazzia di sua figlia? La nemesi che lo colpisce è un Edipo all’inverso: «Anche i mostri devono venire da qualche parte, anche i mostri hanno bisogno di genitori». Forse che le colpe dei padri ricadono sulle teste dei figli? Qui accade il contrario: le colpe di una figlia vengono a scuotere e a dilaniare la quiete e l’innocenza, presunta, dei padri.

Un film molto cupo, fin troppo rispettoso dell’aura tragica del libro che l’ha ispirato. Per quanto amore si dia e si riceva, restiamo soli, ed in serbo per noi tutti – scrive Roth – «c’è sempre uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene». Non serve neppure far saltare le case, promuovere il caos: «Come si fa a protestare contro la solitudine? Sei solo se ci sono le case e sei solo se non ci sono». In fondo, aveva ragione Merry la folle, quando scriveva sul suo quaderno di scuola: «La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale sei vivo».




Il Pensiero Scientifico Editore
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