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DOI 10.1701/2636.27103 Scarica il PDF (640,8 kb)
Recenti Prog Med 2017;108(2):103-104



Medicina e letteratura

Da: Manuale pratico
di giornalismo disinformato

di Paolo Nori

Milano: Marcos y Marcos, 2015; pp. 58-65

Dove guardare

Io, non so, per esempio, le interviste che facevano sopra i giornali.

Di solito la gente che intervistavano sopra i giornali eran tutte persone straordinarie, o che, se non erano straordinarie, avevan comunque fatto qualcosa di straordinario, o avrebbero potuto farlo e non l’avevano fatto.

Ecco io, le interviste che facevo per il giornale, io pubblicavo per un giornale di sinistra che adesso il nome del giornale è meglio che non lo facciamo, dopo i giurati se vogliono il nome del giornale gli do anche il nome del giornale, ammesso che ci siano i giurati, ci saranno i giurati?

Perché uno quando pensa a quelle cose lì pensa ai film che ha visto, che lì ci sono i giurati, e uno pensa che ci saranno i giurati, dopo magari se non ci sono ci resta male, ecco, lo sapevo, non ci sono?

Be’, fa lo stesso, chiunque ci sia, i giurati, il pubblico ministero o un cancelliere o un usciere o non so cosa, io se poi voglion sapere il nome del giornale dopo glielo dico, adesso preferisco non dirlo preferirei dire solo che era un giornale di sinistra che si chiamava «La canaglia» (non si chiamava così) che io quando mi avevan chiesto di scrivere delle cose per loro io gli avevo proposto di fare una serie di interviste a della gente che non eran famosi e avevo cominciato con i barbieri, la prima intervista che avevo fatto l’avevo fatta a un barbiere di via del Begatto che mi aveva detto che lui, una volta, i barbieri, loro facevano una riunione tutti i lunedì, che i falegnami la facevano alla domenica, gli elettricisti la facevano al sabato, che gli artigiani, «Ogni artigiano faceva le sue riunioni per parlare dei problemi del suo lavoro, prima, adesso non ci guardiamo neanche più in faccia» aveva detto quel barbiere che si chiamava Lino e aveva la bottega in via del Begatto.

«Io» diceva «non posso più pagare le tasse con il contante.

«Che, da che mondo è mondo, il contante ha sempre avuto il valore che c’è scritto sopra, c’è scritto sopra, varrà quello lì, no? No, adesso da una decina d’anni, han fatto una finanziaria che io non posso mica pagare quello che devo con il valore che c’è scritto sopra, no, devo fare un conto in banca e dopo devo pagare con un assegno circolare che devo chiederglielo di farmelo a dei banchieri che io li avrei bruciati tutti, i banchieri, quando venivano a farsi la barba» mi aveva detto Lino di via del Begatto.

Era arrabbiato anche con l’Associazione Artigiani, Lino, soprattutto con il ragioniere, dell’Associazione Artigiani, che era uno mezzo zoppo che l’avevano preso dentro un po’ per carità che lui gli aveva detto:

«Lei è un ragioniere che ragiona malissimo, come tutti i ragionieri».

Che loro, tra gli artigiani, avevano questo modo di dire, ragionieri che sragionano, perché i ragionieri di allora non ragionavano e lui gli aveva detto, a quel ragioniere lì: «Lei è uno che è piombato qui perché è sciancato».

«Che io» aveva detto Lino «son mezzo romagnolo, eh?», e lo diceva come se fosse una minaccia, il fatto di essere mezzo romagnolo, ed era bellissimo, il suo locale in via del Begatto nella penombra del centro di Bologna con un odore di fresco, era un posto dove non ci batteva mai il sole come certi conventi di ci-stercensi, o giù di lì, insomma, ha capito, quel che facevo, glielo dico per via dello stato psicologico un po’ così, generale.




Un altro posto che mi era piaciuto moltissimo, di quelli che avevo visto per le interviste, era la casa di una casalinga romana trapiantata a Bologna da una quarantina d’anni, una casalinga che si chiamava Flora che mi aveva detto che lei, la primavera, avrebbe preferito che non ci fosse.

E poi subito dopo mi aveva detto che lei, il fatto che lei non sopportasse la primavera dipendeva dal fatto che allora, quando l’avevo intervistata, era appena arrivata la primavera, eravamo in aprile, era arrivata leggermente in ritardo quell’anno, che io questa è una cosa che ci facevo caso perché io, tutte le volte che succedeva, a me veniva da pensare a quella cosa che aveva scritto Tolstoj, che una volta aveva scritto che “Per quanto gli uomini si sforzassero, radunandosi a centinaia di migliaia in un posto piccolo, deturpando la terra sulla quale si eran stretti, per quanto soffocassero la terra di pietre perché niente, in lei, nascesse, per quanto estirpassero ogni erba che spuntava, per quanto esalassero fumo di pietra, di carbone e di nafta, per quanto tagliassero gli alberi e cacciassero tutti gli animali e gli uccelli, la primavera era primavera anche in città”; ecco, lei, Flora, questa cosa, questo rinascere della natura, lei, che aveva quasi settant’anni, e che da quarant’anni passava la maggior parte delle sue giornate in una cucina molto luminosa del quartiere Reno a fare i mestieri, come aveva imparato che si diceva in Emilia, lei, mi aveva detto, aveva una specie di intolleranza alla primavera che però, mi aveva spiegato, non era una cosa personale contro la primavera, che se la fossi andata a intervistare all’inizio dell’inverno, mi avrebbe detto la stessa cosa dell’inverno, e se fosse stato all’inizio dell’estate, mi avrebbe detto la stessa cosa dell’estate, e se fosse stato all’inizio dell’autunno, mi avrebbe detto la stessa cosa dell’autunno, mi aveva detto Flora con una tranquillità che mi aveva incantato.




E la cosa che mi era piaciuta di più, di quell’intervista a quella casalinga nella sua cucina in via della Barca, che era una cucina che c’era un’aria, in quei pochi metri cubi di cucina, una densità, come se quarant’anni di tortellini, lasagne, bollito e ragù avessero cambiato il peso specifico, di quella cucina, era una cucina non euclidea, in un certo senso, o, forse, ipereuclidea, una cucina al cubo, era una cucina fatta di ragù, se così si può dire, e probabilmente si può dire ma non si capisce, certe cose bisogna viverle, ma la cosa che mi era piaciuta di più, di quella cucina e della conversazione che avevamo fatto con la casalinga che si chiamava Flora, era stato il bugiardino di un medicinale che stava prendendo Flora per via di una sciatica, se non ricordo male, e il bugiardino elencava i possibili effetti collaterali che erano “Capogiri, stanchezza, aumento dell’appetito, sensazione di eccitazione, confusione, disorientamento, perdita della libido, irritabilità, disturbi dell’attenzione, goffaggine, compromissione della memoria, tremore, difficoltà nel parlare, sen-sazione di formicolio, sedazione, letargia, insonnia, spossatezza, mal di testa, offuscamento della vista, visione doppia, vertigini, disturbi dell’equilibrio, bocca secca, stipsi, vomito, flatulenza, difficoltà nell’erezione, gonfiore del corpo, inclusi mani e piedi, sensazione di ebbrezza. Anomalie nell’andatura, au-mento di peso, perdita dell’appetito, bassi livelli di zuccheri nel sangue, alterata percezione di sé, irre-quietezza, depressione, agitazione, oscillazioni dell’umore, difficoltà nel trovare le parole, perdita di memoria, allucinazioni, sogni alterati, attacchi di panico, apatia, sentirsi strani, problemi della sessualità, inclusa incapacità di raggiungere l’orgasmo, ritardo dell’eiaculazione, difficoltà di ideazione, in-torpidimento, alterazioni della vista, anomalie nel movimento degli occhi, movimenti convulsi, riflessi ridotti, aumento dell’attività, capogiri in posizione eretta, sensibilità cutanea, perdita del gusto, sensazione di bruciore, tremore durante il movimento, riduzione della coscienza, svenimento, aumento della sensibilità ai rumori, secchezza degli occhi, gonfiore agli occhi, dolore agli occhi, debolezza degli occhi, lacrimazione agli occhi, disturbi del ritmo cardiaco, aumento del battito cardiaco, pressione del sangue bassa, pressione del sangue alta, disturbi vasomotori (arrossamenti), vampate di calore, difficoltà nella respirazione, mal di gola, secchezza nasale, gonfiore addominale, aumento della produzione di saliva, bruciore gastrico, perdita di sensibilità intorno alla bocca, sudorazione, eruzione cutanea, brividi, contrazioni muscolari, gonfiore alle articolazioni, crampi muscolari, rigidità muscolare, dolore inclusi dolori muscolari, dolore articolare, mal di schiena, dolore agli arti, urinare con difficoltà o con dolore, incontinenza, debolezza, cadute, sete, senso di costrizione al torace, alterazioni dei risultati degli esami del sangue e dei test di funzionalità del fegato (aumento della creatin-fosfochinasi ematica, aumento della alanina-aminotransferasi, aumento della aspartato-aminotransferasi, riduzione della conta piastrinica), alterazioni del battito cardiaco, mani e piedi freddi, tosse, congestione nasale, naso gocciolante, sanguinamento nasale, russare, alterazione dell’olfatto, alterazioni della vista inclusa visione tubulare, sensazione di oscillazione del campo visivo, alterata percezione della profondità, bagliori di luce, brillantezza visiva, pupille dilatate, strabismo, irritazione oculare, febbre, sudori freddi, senso di costrizione alla gola, infiammazione del pancreas, difficoltà della deglutizione, movimento del corpo rallentato o ridotto, difficoltà a scrivere in modo appropriato, orticaria, aumento di liquidi nell’addome, danni muscolari, dolore al collo, dolore al seno, secrezioni del seno, crescita anomala del seno, cicli mestruali dolorosi o interrotti, livelli elevati di zuccheri nel sangue, perdita di peso, stato d’animo euforico, insufficienza renale, riduzione del volume delle urine, alterazioni dei test delle urine (riduzione della potassiemia, aumento della creatinemia, riduzione della conta dei globuli bianchi, inclusi i neutrofili), comportamento non appropriato”.

Ecco.

Dopo che avevo letto quel bugiardino, avevo guardato Flora, «Lei prende questa roba?» le avevo chiesto.

«Òi» mi aveva detto lei alzando la spalla sinistra.

‘Òi’, a Bologna, vuol dire ‘Sì’.

E con l’alzata della spalla voleva dire, più o meno, “Sì, perché, non dovrei prenderla?”

Che detto da Flora era una cosa che suonava così bene che io avevo alzato le mani, i palmi in avanti, e avevo detto «No no, niente niente».

Ecco.

Questo pezzo qua, quel giornale comunista lì, «La canaglia», non me l’avevano pubblicato tutto.

La parte del bugiardino, che secondo me era la parte più bella, non me l’avevano pubblicata. E io, quando avevo pensato di fare un corso di giornalismo disinformato, avevo pensato che avrei chiesto a chi veniva a fare il corso di giornalismo disinformato, di scrivere le cose che non si potevano pubblicare, sopra ai giornali.

Per via che, non so, c’era un filosofo che aveva scritto un piccolo libro sul contemporaneo che diceva che è contemporaneo chi tiene fisso lo sguardo nel suo tempo per percepirne non le luci, ma il buio.

Che tutti i tempi, diceva, per chi ne esperisce la contemporaneità, sono oscuri. E che contemporaneo, diceva, è quello che sa vedere questa oscurità, che è capace di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente.

Ecco.

Vede?

Io volevo insegnare, e imparare, quella roba lì, a guardar nella tenebra del presente.

Il Pensiero Scientifico Editore
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