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DOI 10.1701/3246.32166 Scarica il PDF (227,9 kb)
Recenti Prog Med 2019;110(10):495-501



Immigrati

RINO SCUCCATO1

1Neurologo libero professionista, Vicenza.

Pervenuto il 5 dicembre 2018

Riassunto. Viene qui proposta una sintesi di diverse opinioni sulla questione degli sbarchi lungo le coste italiane e, più in generale, dell’immigrazione verso l’Europa. Tali riflessioni scaturiscono dal caso della nave Sea Watch 3 comandata dalla tedesca Carole Rakete che, dopo 17 giorni di attesa davanti al porto di Lampedusa, ha forzato il blocco per far sbarcare a terra i migranti ormai allo stremo delle forze.

Parole chiave. Accoglienza, immigrazione, sovranismo.

Migrants.

Summary. A summary is presented here of different points of view on the question of migrants’ disembarking on the Italian coasts and, more broadly speaking, on the issue of migration towards Europe. These lines of thinking stem from the case of the humanitarian vessel Sea Watch 3, whose commander, the German captain Carola Rackete, after sailing for seventeen days after the rescue, three of which waiting off of the port of Lampedusa, decided to force the blockade in order to disembark the desperate and completely exhausted migrants.

Key words. Hospitality, immigration, sovereignism.




La questione migratoria in Unione Europea – e particolarmente nell’Italia dell’attuale fase politica – è stata dibattuta semplificando i fatti e iniettandovi un’enorme carica emotiva. Su questa difficile e spesso tragica materia si pensa, si parla e si scrive in modo infiammatorio, cioè gonfio, congesto, bollente, doloroso e paralizzante. Se riusciamo a essere più basati sull’evidenza, troveremo al contrario una serie di fili che ci porteranno, piuttosto che a miracoli – come pretende la demagogia corrente – a miglioramenti parziali e inversioni di tendenza. È certo che nulla di macroscopico sarà possibile in tempi brevi, se non misure sì spettacolari, ma spietate, che feriscono principi etici e di umanità.

Una parte del problema migratorio, così come è stato posto recentemente nell’agenda politica, è costruzione mediatica calcolata. Nel 2018-19, quando la questione è stata messa al centro del dibattito politico, non c’era in Italia una “emergenza profughi” o un problema crescente di immigrazione illegale – esattamente il contrario: i flussi erano già decresciuti del 70-80% per azione del precedente governo, ancorché con misure discutibili (vedi le roventi critiche di Gino Strada all’allora ministro dell’Interno Minniti). Era però in corso – e si è interrotta da poco: per quanto? – una campagna elettorale per mutare gli assetti economici, internazionali e istituzionali del paese. In questa battaglia l’immigrazione clandestina, anzi un particolare segmento di essa (quella proveniente dall’Africa), è diventato il tema di alta visibilità – grazie alla pelle nera – su cui polarizzare artificialmente l’opinione pubblica per catturarne il consenso. L’onda emotiva attorno al problema rifugiati è stata capitalizzata e investita per obiettivi di politica interna che nulla hanno a che vedere con il destino degli immigranti.

L’innesco è stato fornito da vari fatti di cronaca, il più clamoroso dei quali è accaduto a Macerata: una ragazza viene seviziata e uccisa, il suo cadavere è poi straziato da una gang di spacciatori nigeriani; per reazione, un cittadino di estrema destra si sente chiamato a far giustizia immediata, si arma e scorrazza in motocicletta per le vie della città aprendo il fuoco su ogni persona di colore che incontra. Ne ferirà varie. L’allora capo di un partito d’opposizione e futuro ministro dell’Interno si precipita in loco e dichiara tutta la sua comprensione per il gesto del “rider” maceratese. Il giorno delle elezioni questa presa di posizione a favore di un tentato omicidio plurimo sarà pagata nella bella cittadina del Centro Italia con un balzo di voti per il partito da lui “capitanato”, dallo 0,5 al 22%.

Da quel momento i media, e in particolare il web, egemonizzato dai movimenti populisti e xenofobi, agirà da formidabile cassa di risonanza contro la comunità africana insediata in Italia, nonché contro gli ormai pochi africani che dalla Libia si azzardano ad attraversare il Mediterraneo. Li si accuserà di ogni forma di criminalità (traffico di stupefacenti e favoreggiamento della prostituzione in primo luogo) e li si considererà beneficiari di sussidi che permettono loro una vita lussuosa di villeggiatura (dopo una crociera in gommone nel Mediterraneo) alle spalle degli italiani poveri: anziani, pensionati, disoccupati, giovani in cerca di lavoro.

Insomma, c’è in Italia una comunità parassitaria ben visibile per il colore della pelle, che conduce – per responsabilità di chi ci governava prima – una vita da favola con le nostre risorse, e che anzi le sottrae agli italiani per bene. Quanti problemi potremmo risolvere con quei danari assegnati ingiustamente! Questa stessa comunità è anche una minaccia permanente all’integrità fisica degli italiani: che possono essere derubati, aggrediti, infettati di AIDS e Ebola, stuprati, uccisi in modo barbaro e cannibalesco.

Siamo testimoni tutti i giorni di come questa campagna di odio e amministrazione della paura sia penetrata nell’opinione pubblica, non solo portando consensi a chi la propaga, ma modificando il sentire e l’atteggiamento della popolazione: dal moltiplicarsi degli episodi di razzismo e violenza (anche contro cittadini italiani di origine africana, cioè di pelle nera, e ce ne sono migliaia), all’aperta e diffusa verbalizzazione di sentimenti disumani: “cacciarli via tutti”, “in galera” (per i supposti autori di crimini sessuali c’è prima il passaggio per la cosiddetta castrazione chimica), “non soccorrerli in mare, meglio che affoghino, così non arrivano”, “speronare i barconi e mandarli in pezzi con quei farabutti dentro”, e così via.

Quanto a lungo è stato detto: “Prima gli italiani, in ogni caso”, anche a prezzo di questa barbarie, della quale si è andati fieri. “Noi tireremo dritto”.

Chi si stordisce con queste “argomentazioni” non ha idea dei numeri che stanno dietro al fenomeno migratorio, né su scala globale, né regionale, né locale (italiano). Non li vuol sapere, ma eccoli qui. Sono 250 milioni i migranti al mondo, per le più diverse ragioni: guerre, collassi societari, catastrofi naturali, persecuzioni politico-religiose, tentativo di uscire dalla miseria (cosiddetti “migranti economici”). Di questi, 25 milioni (il 10%) sono africani. Di questi 25 milioni di africani, 19 milioni emigrano all’interno dell’Africa (ne sapevamo qualcosa? Abbiamo idea dei problemi che affrontano i paesi ospiti di quel continente?) e 6 milioni sono emigrati in Unione Europea. Al momento attuale, dopo la chiusura dei porti italiani, sulle poche migliaia di immigrati illegali arrivati ciononostante via mare nel 2019 in Italia, appena il 20% sono africani (dati del Ministero dell’Interno). I restanti vengono per lo più dall’Asia e dal Medio Oriente. Di fronte alla goccia di poche centinaia di africani entrati in Italia quest’anno non corrisponde una proporzionale reazione dell’opinione pubblica. La percezione – sentita, perché attivamente alimentata – è quella di un’invasione di orde, di una minaccia permanente da cui ci si deve tutelare nel modo più aggressivo.

Si solleva qui un problema inquietante. Non tanto la spregiudicatezza di chi per calcolo politico diventa apprendista stregone, facendo diseducazione civica e suscitando i più bassi istinti della popolazione. Si tratta di personaggi di mediocre levatura intellettuale, sicuramente di scarsi studi, sappiamo di modesta propensione al lavoro e in qualche caso di dubbia accortezza, viste le recenti disfatte tattiche. Il problema è che dietro a loro, come deve essere nella politica moderna, c’è uno staff professionale di supporto. Questo staff è composto di quadri informati, spesso con titoli di studio di alto livello del tutto sconosciuti al loro leader, con strumenti culturali e tecnici di prima mano. Costoro sanno come stanno le cose, ma le alterano lucidamente in fatti alternativi e post-verità. Generano cioè il falso in malafede e lo propagano con i più potenti strumenti di manipolazione, usando un linguaggio di estrema violenza, volto a scatenare il “pensiero di pancia”. Il caso di questi spin doctors (e allo stesso tempo haters, cioè odiatori-suscitatori di odio) non è puramente politico e professionale, ma ha una dimensione etica. Il giorno mitico in cui le legislazioni dei paesi civili introdurranno il reato di “falso politico”, dal sovvertimento della realtà alle promesse irragionevoli, si porrà per loro anche una problematica penale.

Resta una curiosa contraddizione: la fortissima asimmetria tra percezione del fenomeno migratorio e relativo rigetto – espresso nella migliore delle ipotesi dal voto politico all’estrema destra, nella peggiore dalla caccia all’uomo (come si è visto in Sassonia gli scorsi anni) – e la reale consistenza del fenomeno demografico. È regola generale che le comunità più xenofobe sono quelle con meno migranti. La Germania (Est vs Ovest) è in questo senso un caso da manuale. L’intero gruppo di Vyšehrad, dove insignificante è l’emigrazione africana e islamica, fa pure lui da testo. Un recente colloquio con amici svizzeri mi confermava come anche nella prospera confederazione i referendum anti-migranti vengono regolarmente bocciati – a larga maggioranza – nelle aree economicamente dinamiche, Ginevra, Zurigo, Basilea etc., dove c’è assoluto bisogno di immigrazione per far girare l’economia, mentre il suprematismo impera nelle aree rurali – dove non si è mai visto in circolazione un nero o un arabo. Forse anche un’analisi dei dati elettorali italiani porterebbe in questa direzione. Ciò mi pare confermare quanto la xenofobia sia – oltre che riflesso di un problema reale (l’immigrazione di milioni di persone) – espressione di una costruzione e manipolazione mediatica. Le popolazioni più in contatto con il fenomeno migratorio e consapevoli del suo impatto molteplice (anzitutto economico) tendono ad avere un atteggiamento meno emotivo, più realista e basato sull’esperienza. Oltre che essere più addestrate alla convivenza. Le popolazioni meno globalizzate in senso demografico vivono in profonda insicurezza, assediate da fantasmi di invasione e perdita di identità; è un fatto che sono più facilmente preda della propaganda razzista.

Quali che siano le percezioni, non si può ignorare un dato di fatto: il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione del Primo Mondo, che è generale, anche se particolarmente severo in certi paesi come Spagna e Italia. Nessun paese europeo ha una fertilità di riposizione (2.2), cioè tale da mantenere la popolazione almeno in equilibrio. In Italia negli ultimi 5 anni è scomparsa una popolazione uguale a quella di Palermo, quindi non lontana da 1 milione di abitanti, e i restanti 50 e passa milioni sono invecchiati = meno produttivi, o addirittura in certi segmenti totalmente dipendenti da supporto esterno per vivere. Fra 20-30 anni perderemo vari milioni di italiani, non c’è politica delle culle che tenga. In queste condizioni le migrazioni, non piccole e stagionali, ma robuste e definitive, sono trasfusioni di sangue fresco che rinnovano il patrimonio genetico di una popolazione e aumentano – o mantengono – la capacità produttiva di un paese. Sono necessarie. Uno studio tedesco di qualche anno fa quantificava in 100 milioni gli immigranti mancanti nei prossimi decenni per far girare l’apparato produttivo e le società europee a questo stadio di sviluppo. Questi immigrati, che si muovono alla ricerca di migliori condizioni di vita, possono venire solo da aree del pianeta più povere e con tassi di natalità più alti, saranno cioè in varia misura popoli di colore, certamente con altra cultura.

A questo si può obiettare che l’automazione e l’informatizzazione, in particolare l’uso sempre più esteso delle Intelligenze Artificiali, si sostituiranno alla necessità di risorse umane, e che questa strada l’Europa dovrà percorrere per non diluirsi in altre civiltà. Grande sfida, per chi non vuole imbastardirsi con i popoli di colore, io non so avventurarmi su un terreno così speculativo e futuribile. Mi chiedo se la vitalità di una cultura dipenda essenzialmente dalle macchine che sa produrre e non – anche – da valori filosofici, morali, estetici, creativi in senso lato. Valori che presuppongono l’interazione, il confronto, la sfida e purtroppo lo scontro; non l’incapsulamento in una cittadella corazzata da cui tener fuori i barbari.

E certo che in questo momento gli immigrati legali (la maggioranza dei quali forse entrati illegalmente) sono una componente imprescindibile delle economie europee. In Italia producono un PIL proporzionalmente più alto di quello degli italiani, perché popolazione più giovane e più attiva, e per di più – ingiustamente – finanziano il sistema pensionistico senza ricavarne proporzionali benefici. Cioè pagano in parte le pensioni degli italiani, anche di quelli che non hanno mai lavorato. Persino in Italia si è ormai delineata una classe di imprenditori (per ora piccoli) che proviene dall’immigrazione povera. Se i cinque o sei milioni di migranti che stanno in Italia sparissero dall’oggi al domani, l’economia del nostro paese subirebbe un colpo micidiale e andrebbe a fondo. Idem o peggio con quella francese, tedesca, olandese, belga etc. Altro che crisi del ’29.

Non dimentichiamo poi, almeno in paesi come l’Italia, l’enorme economia illegale che si è sviluppata sugli immigranti, in particolare i più deboli, quelli afro-asiatici. Salari da fame, caporalato malavitoso e condizioni di vita bestiali nei lavori agricoli al Sud, e – in quasi tutto il paese – nell’area dei servizi che lo Stato non presta ai cittadini: come l’assistenza agli anziani. Senza un milione di ucraine, moldave, rumene, albanesi… ma anche marocchine, sudamericane, filippine e africane… un milione di vecchi incapaci di provvedere a se stessi come verrebbe assistito? Si può immaginare cosa sia la vita di una donna legata quasi 7 giorni su 7 senza interruzione, 24 ore su 24 a un anziano fragile, disabile, demente? Ci sono pagine di eroismo – e di sfruttamento – che nessuno scrive.

Come se non bastasse la denatalità, larghe parti d’Europa presentano anche il fenomeno dell’emigrazione dei propri quadri qualificati: vedi il disastro dei paesi baltici (in testa la Lettonia, che sembra aver popolato l’Irlanda), oggi della Polonia. In Italia negli ultimi anni il numero di giovani (per lo più ben formati) che lascia il paese, con un danno incalcolabile per il nostro capitale umano, è superiore a quello degli immigrati che entrano. Senza contare che molti immigrati qualificati, sfavoriti dai livelli salariali italiani e magari esasperati dall’ostilità crescente dell’“Italia che cambia”, lasciano anch’essi il paese che in un primo tempo li aveva accolti: si muovono verso il Nord Europa, dove le loro competenze saranno meglio retribuite e messe a miglior frutto. Anche su questo fronte perdiamo prezioso capitale umano, diventando sempre più un paese di vecchi e di persone poco istruite, in ogni caso piene di rancore.

Su questo strano fenomeno demografico silenzio, o demagogia: si dice al Bar Sport che questa fuga di cervelli è dovuta anche al costo che ci impone l’immigrazione (i neri della villeggiatura e delle crociere in gommone), perciò fuori gli stranieri e “prima gli italiani”… e il Bel Paese tornerà a essere un paradiso. No, si tratta di problemi strutturali della nostra economia e delle nostre istituzioni, che non si sono riformate né ammodernate, hanno perso competitività e non offrono ai giovani né condizioni materiali né gratificazioni intellettuali. Smettiamola di imbrogliare gli italiani con alibi e vittimismo. Guardiamo invece al mondo degli immigranti con realismo, lucidità e strumenti di comprensione.

Dobbiamo sapere di più su chi viene a casa nostra, contrastare gli stereotipi. Quante persone laureate sanno che nel mondo islamico è in corso una travolgente transizione demografica? Quanti sanno che il più brillante programma di family planning al mondo (con pillola) – dopo il coercitivo figlio unico in Cina – si è realizzato in un paese islamico, l’Indonesia? Quanti sanno che la fertilità delle donne di Teheran è inferiore a quella delle donne di New York? Evidentemente in quel mondo c’è più laicità e modernità di quanta noi gliene accreditiamo. Basterebbe vedere i film di Kiarostami per accorgersi, per esempio, che la società iraniana non è quella che dipingono i politici e i media occidentali. Lo stesso discorso si può fare per altre società islamiche e non islamiche, comunque non occidentali-giudaico-cristiane. Ma a volte è meglio rifugiarsi in semplici equazioni, di cui sappiamo già il risultato. E più comodo non sapere; e quel che è peggio, è più comodo ancora non voler sapere, chiudere occhi e orecchi. L’ignoranza può essere attiva.

Non dobbiamo partire da presupposti di superiorità. Quando ero a Londra per studi (1991-1992), una collega di corso del Bangladesh impegnata nella lotta alla women seclusion, che è una piaga di quella società, così ha reagito alle colleghe femministe inglesi che le volevano imporre una specie di abiura culturale se non un rigetto della sua religione: “Le donne bangladeshi devono essere liberate dall’oppressione in cui vivono, perché soffrono molto e ingiustamente, ma scordatevi che lo facciano in nome dei vostri valori, si libereranno e troveranno la loro dignità all’interno della loro fede (l’Islam)”. Dobbiamo avere la laicità e il relativismo di accettare questo punto di vista. Noi non esprimiamo una cultura più alta, esprimiamo la cultura che ci è cara e la dobbiamo difendere – è giusto farlo – perché costitutiva della nostra identità, altrimenti chi saremmo? Non per un suo valore assoluto, intrinseco, cui omologare gli incivili. Infatti è anche la cultura che ha prodotto la tratta degli schiavi, le guerre di religione, l’olocausto e il gulag.

L’accettazione della diversità ci impone domande sulla nostra “identità”, che non è affatto scontata. Come la si definisce? Oggi è un termine molto di moda, soprattutto nel mondo xenofobo e suprematista, accanto a quello di “tradizione”. Io certamente non me la faccio definire da chi – dopo l’approvazione di un decreto contro chi salva i naufraghi in mare – agita il rosario e ringrazia in parlamento la Vergine Maria di Medjugorje. Cosa c’entra questo oscurantismo religioso con la mia cultura agnostica e laica? E perché dovrebbe darmi meno fastidio della sharia? In realtà in ogni cultura si formano molte identità, e non tutte sane. Non c’è cultura che non abbia elaborato il suo fondamentalismo, le sue forme di fanatismo e intolleranza, con potenziale e messa in atto di genocidi. Ci sono gli wahabiti, ma anche gli ebrei ortodossi, e che dire del tremendo fondamentalismo indù (che massacra migliaia di musulmani), persino di quello buddhista, che mai avremmo sospettato (vedi i Rohingya); e poi il fondamentalismo cattolico e protestante contro i gay, l’aborto, l’evoluzionismo darwiniano; il fondamentalismo bantu che prende le forme del massacro tribale, per finire al fondamentalismo ateo-liberale che si sottomette ciecamente al dio-mercato. L’identità occidentale è un grande scatolone in cui sono contenute cose buone e mostruosità: dobbiamo essere precisi nello specificare i valori che vogliamo preservare di fronte a culture che li potrebbero minacciare.

Potremmo anche scoprire con sorpresa che alcune di queste minacce non vengono dagli immigranti ma da concittadini che condividono con noi una malintesa identità. Mi sento culturalmente più vicino a un marocchino che ogni tanto commette un peccato bevendo una birra e poi confida nel Clemente e Misericordioso, al quale si sottomette ogni venerdì nella moschea-garage dove può praticare il suo culto. Mi sento molto più vicino a lui che a un cristiano antiabortista pronto a sparare a un ginecologo perché fa interruzioni di gravidanza legali; o a chi ha fatto sit-in pro vita agitando bottiglie di acqua Ferrarelle e panini al salame davanti alla rianimazione in cui si spegneva la povera Englaro.

Un ragionevole comun denominatore culturale dell’Occidente, e quindi un grande nostro valore identitario, sono la laicità dello stato, la libertà individuale, il rispetto della privacy, la separazione dei poteri, la tolleranza, il rispetto delle istituzioni pubbliche… se le cose stanno così, quanti milioni di europei (di questi non pochi milioni di italiani) non sono più all’altezza di questi valori, ne sono estranei? Non si tratta solo di chi viola la legge, ma anche di chi è regredito ad analfabetismo di ritorno e non sa più leggere un avviso condominiale, è incapace di discutere civilmente con un interlocutore, insulta anonimamente sul web, vive – ancora grazie al web – di un esibizionismo senza pudore, bullizza le persone sfortunate, partecipa a convegni sulla terra piatta in barba ad anni di scuola pubblica che gli ha insegnato il pensiero scientifico, crede a sirene e scie chimiche. Non è alieno ai nostri standard quanto un Inuit, un Dinka o uno Yanomani? C’è da chiedersi se abbiamo così tanto diritto di sottoporre a duri esami di assimilazione lo straniero che vuole lavorare da noi, o non dovremmo obbligare tanti nostri concittadini a rieducarsi, o a rinunciare ad alcuni diritti civili: potrebbero non avere più i requisiti per esercitarli.

Le proposte che emergono da queste riflessioni suggeriscono sì un rigetto della xenofobia, ma anche un approccio realista. L’Europa non è l’America del 1800, è un continente popoloso, forse già sovrappopolato, e con un millenario zoccolo culturale. La ricezione di immigranti non può essere illimitata (catastrofico l’errore di una grande statista come la Merkel all’esplodere della crisi umanitaria in Siria!). L’immigrazione deve avvenire – ne abbiamo assoluto bisogno – ma in modo regolato. Cioè secondo contingenti che tengano conto sia del mercato sia della capacità di assorbimento delle diverse economie e società europee, con criteri obiettivi e concordati. Però non raccontiamoci che abbiamo solo bisogno di skilled workers. In Europa c’è altrettanto bisogno di lavoro sotto-qualificato, che oggi gli europei – per abitudine e cultura – si rifiutano di fare: il lavoro agricolo stagionale, l’assistenza domestica e quello di non pochi settori industriali e di servizi. Per esempio nella mia area l’intero settore costruzioni dipende da manodopera serba e quello delle pelli da lavoratori africano-occidentali (Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria, Senegal). I vicentini semplicemente non sanno più o non vogliono più lavorare in quei comparti… così come fin dal 1800 in Sudafrica il lavoro nelle miniere è sempre stato fatto da lavoratori immigrati dall’intero bacino sub-equatoriale.

Stabiliti dei contingenti, dobbiamo accogliere chi emigra e fare una politica attiva di integrazione nella nostra comunità, insegnargli a vivere da noi (imprescindibile la conoscenza della lingua), in armonia con le nostre regole. Ciò esige costi, investimenti. Se ne fanno molti di più in Germania che in Italia, ovviamente. Se non la si fa, si creano i ghetti. Fa parte dell’accoglienza anche una repressione della discriminazione razziale, politica, religiosa, culturale, sessuale. Un terzo pilastro, ma sembra che questo succeda solo in Canada, è promuovere la dispersione degli immigranti nel territorio, disincentivare attivamente la costituzione di Chinatown. I suprematisti europei hanno in mente qualcuna di queste cose?

Poi c’è la questione umanitaria: lavoro o no, c’è chi scappa da situazioni intollerabili a casa, oppure – messosi in una migrazione avventurosa – è finito in veri e propri inferni come la Libia, e preferisce rischiare la vita che continuare così. Questo segmento di migranti non può essere risospinto ai suoi carnefici o abbandonato al destino di naufrago. Fa parte dei principi costitutivi della nostra cultura. C’è un costo, ma le grandi opzioni morali hanno dei costi e fanno l’onore della nostra civiltà.

In ogni caso chi – per qualunque ragione – è in rischio di morte nel Mediterraneo, va salvato e portato a terra. Poi si vedrà cosa fare di lui. Altrimenti è un genocidio by default. Ma salvarlo non è restituirlo a un paese sconvolto dalla guerra civile e con prigioni in mano a miliziani sadici e mercanti di esseri umani. È anche ingiusto che chi si sente chiamato a salvare vite umane venga equiparato a un criminale e punito con una legislazione ritorsiva. Ci sono stati casi di organizzazioni poco trasparenti o confuse, ma divulgare l’idea che dietro a ogni soccorritore c’è un traditore (se italiano) o nemico dell’Italia (se straniero), per di più delinquente e da colpire con tutta la durezza della legge, è una politica che non si può accettare. Nel caso della signora Carola Rakete, occorre provvisoriamente notare che la magistratura italiana l’ha sollevata dalle accuse perché avrebbe agito in obbedienza a principi umanitari e al diritto del mare. Può darsi che la magistratura si sbagli, questo lo dirà un più alto livello giudicante dopo un ricorso, ma in un paese democratico e con separazione dei poteri non spettava al ministro degli Interni, “parte lesa”, dichiarare la colpevolezza. Né era consono al suo livello di uomo di stato qualificare la Rakete “zecca tedesca”, un frasario che ricorda tanto gli scarafaggi ebrei di fine anni ’30 o gli scarafaggi tutsi alla vigilia del genocidio ruandese. Anche questo è l’Italia sovranista.

È evidente che dopo questo salvataggio di naufraghi – sulla base di un giusto accordo europeo che ancora non c’è, ed è certo che Dublino vada superata – le persone vanno ridistribuite. Su di loro poi si prenderà una decisione: hanno diritto di restare? Restano. Non ne hanno diritto, le si rispedisce indietro. Ma attenzione: per far questo ci vuole una politica con i paesi di origine, ci vogliono accordi diplomatici, devono essere concordate procedure amministrative: con la polizia, la magistratura, gli aeroporti etc. I sovranisti sono molto attenti a non spiegare questa semplice realtà, che io ho potuto vedere quasi tutti i giorni in un lungo periodo di lavoro in carcere. Le espulsioni sono complessi e costosi procedimenti legali che (caso italiano) è possibile attuare solo con pochi paesi. Ma i rapporti si costruiscono con la politica, l’economia, la cooperazione etc. Anche promuovendo l’immigrazione legale, magari di skilled workforce, in modo attivo, proprio da quei paesi. È molto più facile dire, come ha detto un certo politico: “Li porterò uno a uno alla frontiera”. Che irresponsabilità! Quale frontiera, poi? Slovenia, Austria, Svizzera, Francia?

Sicuramente la costruzione di una rete di accordi con i paesi di origine dell’immigrazione illegale è un processo lento, non si fa per decreto. La politica vera – da quella fiscale a quella internazionale – non è un Blitzkrieg, ed è tragico che lo si faccia credere così facilmente. Una componente importante di questi accordi bilaterali deve essere militare, sia nel senso di consulenza sia – se necessario, liberiamoci dai tabù – in quello di “corpi operativi”, dall’intelligence all’intervento, attrezzati in coordinazione con i paesi ospiti per intercettare e bloccare i traffici umani trans-sahariani.

Mentre abbiamo il numero a quattro zeri della strage migratoria nel Mediterraneo possiamo solo congetturare quello – probabilmente enorme, forse maggiore – nel Sahara. Lì non operano ONG umanitarie, non ci sono motovedette della guardia costiera, non passano navi cargo, né pescherecci con equipaggi che obbediscono al vincolo morale di rispettare la legge del mare. È assurdo concentrare attenzione e risorse anche su questa area cruciale del dramma migratorio?

Più di un militante di sinistra storcerà il naso davanti a questo punto. E qui bisogna abbattere altri tabù. Non tutti i nemici degli immigranti vengono da destra. La sinistra ha commesso gravi errori nella politica migratoria, soprattutto per un atteggiamento permissivo e paternalista nei confronti dei diversi. Si è partiti dal presupposto che tutti gli immigrati siano poveri e buoni, ignorando che l’immigrazione è anche un canale di entrata della criminalità organizzata e del terrorismo. Perché mai i paesi europei dovrebbero restare inerti di fronte a questo aspetto del problema? Perché è un’aberrazione parlare di sovranità e ordine pubblico? E sarà saggio lasciare queste tematiche all’estrema destra a titolo di riserva di caccia?

Chi emigra in un’altra società e cultura lo fa da posizione di minoranza e integrandosi in quella cultura. Un non occidentale che arriva da noi deve accettare come regola di vita pubblica i valori della civiltà occidentale; ne deve accettare le leggi e le deve rispettare. Se non lo fa sarà colpito come chiunque altro dagli apparati repressivi che funzionano per qualunque cittadino. Lo schiamazzo notturno è un violazione di regole sociali se lo fanno ragazzi “nostrani” ubriachi, e va multato; se lo fa un gruppo di africani, anch’essi in stato di ebrezza, non deve essere salutato come manifestazione di vitalità culturale che ci arricchisce e per la quale dovremmo gioire. Non pagare il biglietto del treno – magari su un Italo o un Frecciarossa – è un abuso che provoca danno erariale, lo faccia un furbetto del posto o un africano che davanti al controllore che lo coglie in flagrante si atteggia a vittima del razzismo.

Gli aspetti culturali degli immigrati incompatibili con la nostra cultura, se hanno profilo di violazione della legge, vanno sanzionati. È inammissibile che si infibuli un’adolescente, che si accenda una faida familiare per regolare questioni d’onore, che si neghi l’educazione pubblica a una bambina, che si veli una donna impedendo il riconoscimento della sua identità, e così via. Del tutto inconcepibile è il concetto di “società multiculturale” in cui possono coesistere nella società pubblica e nelle istituzioni concezioni antitetiche, come – caso estremo – il diritto romano e la sharia. No, da noi c’è posto solo per il diritto romano.

D’altra parte chi immigra deve avere il diritto di tutelare tutti i suoi valori che non collidono con la legge del paese ospite. Anzi, il nostro principio di tolleranza suggerisce che deve essere aiutato in questo, con simpatia e generosità. Deve poter pregare in un luogo dignitoso e appropriato alla sua spiritualità, deve poter organizzare eventi culturali pubblici in cui rivive la sua identità originaria, deve poter cibarsi in accordo con le prescrizioni del suo credo etc. Non deve essere deriso, né condannato alla clandestinità anche dopo essere diventato cittadino italiano.

Un tema conduttore del dibattito sulla migrazione è che – meglio di qualunque misura nei paesi ospiti – la migrazione, al pari di una malattia, va piuttosto prevenuta che curata. Di qui il mantra “aiutiamoli a casa loro”, che in questa formulazione è perfettamente declinabile tanto a destra, come a sinistra. Significa: generiamo nei paesi poveri processi economici che trattengano i potenziali migranti a casa loro, in questo modo per lo meno blocchiamo la migrazione alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita, che è di solito la componente schiacciante del processo migratorio, forse il 90%. Questo mantra si scontra con la natura umana e l’esperienza storica.

Con la natura umana: la specie homo sapiens è altamente mobile, migrante da quando si è “speciata” nel contesto evoluzionistico. Forse questo tratto fa parte del suo DNA. È sicuro che la specie umana cerca condizioni migliori, e non necessariamente spinta dalla bruta forza materiale. La fuga di cervelli dall’Est e Sud Europa verso il Nord Europa, gli USA, il Canada, l’Australia non è spiegabile in termini di sopravvivenza. È normale e umano che un giovane di talento cerchi delle opportunità e si immagini di essere felice, avere riconoscimenti. Chi emigra non è mai un miserabile, il miserabile muore a casa sua, schiacciato da forze che non è in grado di controllare. Il migrante dispone di risorse psichiche, fisiche e spesso materiali che gli permettono di “tentare”. Paul Collier calcola nel suo bellissimo Exodus che una migrazione Africa-Europa implica un investimento di qualche migliaio di dollari USA. En passant, questo spiega perché – anche nelle più dure condizioni di emarginazione e fallimento economico – gli emigrati non vogliono tornare a casa. Sarebbe la chiusura di ogni finestra di opportunità e perderebbero completamente l’onore di fronte alle famiglie che li hanno materialmente aiutati a scappare, con enorme drenaggio di risorse. Non c’è solo questo, a volte la migrazione ha cambiato irreversibilmente lo status sociale dell’emigrante, addirittura la sua immagine davanti a se stesso. Sono venuto a sapere di migliaia di etiopi emigrati in Arabia Saudita ed espulsi, dopo anni di lavoro ben retribuito. Questi giovani uomini tornano in Etiopia non solo disoccupati e traumatizzati dalla violenza che hanno subito (la perdita del lavoro, e per molti anche una dura detenzione), ma soprattutto rifiutati dalle loro comunità. Le loro case sono state distrutte o occupate da altri, le loro terre hanno nuovi padroni. Adesso vivono a Addis Abeba da homeless in un limbo di droga, criminalità, alcolismo, depressione o altre severe patologie psichiatriche.

Contro l’evidenza storica: dalle indipendenze africane (anni ’50-60, con le appendici delle ex-colonie portoghesi anni ’70) almeno mezzo secolo di aiuto dell’Occidente e in più piccola parte dell’ex-mondo socialista, non ha fatto decollare le economie africane, spesso non ha creato neanche le condizioni basiche di sviluppo. Si può discutere perché: corruzione in primo luogo, ambiente politico inquinato dal tribalismo, conflitti, etc. ma anche molto sfruttamento da parte nostra di risorse primarie, totalmente cieco al domani. Suggerirei la lettura di un vecchio libro uscito in Polonia negli anni ’60 e allora passato inosservato, ripubblicato a Varsavia nel 2011: Ryszard Kapus´cin´ski, Se tutta l’Africa. E una straordinaria fotografia di cos’era l’Africa al momento di entrare nella storia globale come attore, e spiega implicitamente l’abisso che la separava dal resto del mondo. Adesso, solo adesso, qualcosa sta cambiando, anche perché – come ho visto recentemente con i miei occhi nel Sud dell’Angola – un nuovo formidabile attore è entrato in scena: la Cina. La Cina sta creando per la prima volta le infrastrutture dell’Africa, il presupposto per un decollo economico. Non “aiuta” l’Africa, ci fa affari, ma li fa su scala enorme e a condizioni che gli stati africani nella maggioranza accettano. Si può discutere sull’attivismo cinese in Africa, ma le critiche sono sospette quando vengono da chi ha perso la concorrenza con la Cina oppure – a suo tempo – ha praticato duri esercizi di neocolonialismo. Spetta a lui moralizzare? In qualche modo i cinesi aiutano gli africani, e gli asiatici, i latino-americani etc. a casa loro. Oggi alcune economie africane crescono a tassi del 10-12%, sia pure da un livello enormemente basso, quindi le grandezze assolute dell’output sono ancora modeste. Ma vedremo cose nuove, sicuramente le vedrà la generazione che ci segue.

La persistente arretratezza dell’Africa (e di altre aree del pianeta) è un prodotto storico. Bisogna analizzarlo, capire come si sia generato. Ma non ci deve essere l’insinuazione che essa è il risultato di una inferiorità culturale o addirittura biologica e che chi vive nella povertà a essa è condannato da una specie di destino. Molta opinione comune sui “dannati della terra” parte da questo silenzioso presupposto. Così come l’idea che i conflitti che dilaniano l’Africa o le comunità povere dei paesi ricchi sono conflitti che devono regolare gli interessati, perché interni a loro. Negli USA gira l’idea che la violenza all’interno dei Black Americans proviene quasi interamente da Black Americans: quindi è una faccenda loro, se la aggiustino e smettano di atteggiarsi a vittime. Io non sono un conoscitore della società statunitense, però per ragioni di vita e lavoro so qualcosa di quella sudafricana. È comprensibile che la violenza sia più grave tra i settori più deprivati della popolazione, ma questo è un problema dell’intera società, non colpa dei più poveri. In Sudafrica, dopo il cambio di regime nel 1994, è crollato un enorme apparato repressivo, e – come succede in questi casi (vedi ex-mondo socialista) – è normale che la violenza societaria aumenti. Le gravi problematiche economico-sociali della RSA hanno ulteriormente fatto aumentare la violenza a Johannesburg e nelle grandi città, persino nelle aree rurali. La stampa bianca sudafricana è piena di notizie e lamentele al riguardo. C’è il piccolo problema – assai meno riportato – che la violenza all’interno delle comunità nere è aumentata molto di più. Non sarà questo il segno di una crisi sociale generale, che manifesta i suoi effetti sui più deboli? Se pensiamo che la criminalità nelle townships sudafricane sia un problema “nero” stiamo rimettendo in circolo un vecchio pensiero di “sviluppo separato”, che in altri tempi si esprimeva – proprio da quelle parti – con una parola di origine germanica ben nota, e sinistra, che ha questo spelling: “a-p-a-r-t-h-e-i-d”.




Conflitto di interessi: l’autore dichiara l’assenza di conflitto di interessi.

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