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DOI 10.1701/485.5744 Scarica il PDF (249,9 kb)
Recenti Prog Med 2010;101(4):175-0



Quello che lei sta perdendo

Beatrice. Vado da lei tutte le settimane. Il giorno cambia sempre e dipende dalle sue condizioni, perché certi pomeriggi è troppo stanca. Non ci sono miglioramenti: dopo le ultime trasfusioni la situazione è stazionaria. Lei o sua madre mi mandano un messaggio quando sta meglio e io mi precipito a casa sua con i mezzi (il mio motorino dopo l’incidente è defunto e non credo si reincarnerà più in niente e poi, anche se il danno è coperto dall’assicurazione, il patto del ventun marzo prevede un’eventuale discussione su un possibile acquisto di un nuovo mezzo di locomozione solo a promozione ottenuta).




Ogni volta porto qualcosa che possa servire a distrarre Beatrice. Quando entro nella sua stanza, il mio obiettivo è regalarle un pezzo di paradiso (in senso metaforico, perché non ci credo al paradiso), ma il paradiso poi lo trovo lì, perché c’è lei (allora forse il paradiso esiste, perché cose così belle non possono proprio finire). Una volta le ho portato un cd con pezzi di solo pianoforte, come piacciono a lei.
«Mi fai ballare?»
Me lo ha chiesto con un filo di voce. Non ci posso credere. Sostengo il corpo fragilissimo di Beatrice nella luce della sua stanza e la faccio galleggiare lentamente come una bolla, che da un momento all’altro può perdersi nell’aria. I capelli le sono ricresciuti abbastanza da sentirne il profumo. Stringo la sua mano e la sua vita: un bicchiere di cristallo che può spezzarsi da un momento all’altro, persino per colpa del liquido rosso che io voglio versarvi dentro.
Tutto l’impeto di portarmela a letto che un tempo associavo al pensiero di lei è lontano: ma non sono diventato finocchio. Il suo corpo dietro i vestiti sottili sembra essere una parte di me, come se la nostra pelle non sapesse più quali ossa e quali muscoli coprire. Il viso di lei appoggiato nell’incavo del mio collo è il pezzo mancante al puzzle sconnesso della mia vita, la chiave di tutto, il centro della circonferenza.
Le sue gambe seguono i miei passi, che inventano la coreografia disegnata dal primo ballo di un uomo e una donna. Il cuore sembra battermi dappertutto, dall’alluce al più a nord dei miei capelli, e la forza che trovo dentro di me basterebbe a creare il mondo intero in questa stanza.
Beatrice invece riesce a fare solo pochi passi, poi si abbandona tra le mie braccia. Leggerissima, come un fiocco bianco di neve. La aiuto a rimettersi a letto. Spengo lo stereo. Leimi fissa con gratitudine un attimo prima di chiudere gli occhi nella spossatezza del sonno e in un solo sguardo che si spegne capisco che io ho tutto quello che lei sta perdendo: i capelli, la scuola, il ballo, l”amicizia, la famiglia, l’amore, le speranze, il futuro, la vita… ma io di tutte queste cose non so cosa ne sto facendo.

Da: Bianca come il latte
rossa come il sangue,
di Alessandro D’Avenia.
Mondadori, Milano 2010.
Pagg. 190 e 191.



Il Pensiero Scientifico Editore
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