Area Abbonati
LoginPassword
DOI 10.1701/534.6397 Scarica il PDF (149,2 kb)
Recenti Prog Med 2010;101(12):501-502



Perché il dolore è più dolor, se tace
Giovanni Pascoli

Le parole del dolore
È difficile se non impossibile, almeno così ci pare, esprimere il dolore; e non solo il dolore fisico: riusciamo forse a condividere realmente con gli altri un nostro lutto?
Di fatto ci sembra che il dolore sia qualcosa di elusivamente interiore e privato, qualcosa di assolutamente nostro, e che sia di conseguenza impossibile comunicarlo ad altre persone per empatiche che esse si sforzino di essere. La persona che soffre sperimenta, quindi, oltre a dolore, una profonda angosciosa solitudine. Se il dolore è una cosa che sta “dentro” e solo dentro, non possiamo fare altro che gestircelo da soli, e ciò accresce la sofferenza.
La sensazione di disperata solitudine è esperienza ben nota a chi soffre; in letteratura l’incomunicabilità del dolore è stata più volte espressa negli scritti di diversi autori che lo hanno sperimentato: Auden, Virginia Woolf, Oliver Sacks, William Styron… Con poche parole Emily Dickinson così la sintetizza: «pain has an element of blank». E come si può comunicare, condividere il vuoto? Se il dolore è qualcosa di completamente interiore e individuale, tra chi soffre e il mondo esterno si scava un fossato apparentemente invalicabile: la persona che prova dolore vive in un altra realtà che noi non possiamo abitare né conoscere.
Ma è davvero così? Secondo l’Autore di un libro recentemente apparso negli USA, non è così: possiamo comunicare il nostro dolore, ed anzi, esternare la sofferenza ci aiuta a sopportarla (David Biro, The language of pain. Finding words, compassion, and relief. Pagine 256. W.W. Norton & Co., New York, London 2010).
I numerosi poeti e scrittori dall’Autore citati, così come la sterminata folla degli umani pazienti, del dolore parlano e – afferma Biro - il fatto stesso di usare il linguaggio è motivo sufficiente a escludere la totale privatezza del dolore. Il linguaggio getta un ponte sul fossato che separa chi soffre dal mondo esterno e dagli altri: fossato che certo esiste e non si può colmare completamente; tuttavia dire che il dolore è un “vuoto” è già comunicazione, e comunicare (mettere in comune) significa, di fatto, condividere.




La solitudine del dolore, sostiene Biro, è, dunque, soprattutto nella nostra mente. È necessario allora riflettere sull’importanza cruciale del linguaggio, e il nostro Autore lo fa a partire da Wittgenstein che al dolore dedica pagine fondative.
È ovvia constatazione che il dolore ha una localizzazione nel corpo: «mi fa male il braccio, lo stomaco, la testa…». Braccio, stomaco e testa sono miei e solo miei: non è questa un prova inconfutabile della pura soggettività del dolore? Puntualizza Wittgenstein: «Non è un corpo che prova dolore: non è la mia mano a sentire dolore, sono io che sento dolore nella mia mano». L’io che parla è un soggetto, una persona; e gli esseri umani sono aperti verso l’esterno e collegati nel bene e nel male con altre persone. Gli individui, anche quelli che soffrono, non sono monadi, ma nodi di una rete in cui linguaggio è un elemento di connessione fondamentale. Del dolore è quindi possibile parlare: esso è – contrariamente a quanto ci sembra – comunicabile, almeno entro certi limiti. Non c’è bisogno, per questo, di essere un Auden o la Dickinson; basta sapere che sul fossato che separa chi soffre dagli altri è possibile gettare ponti.
Per comunicare il dolore, così come avviene per le emozioni, il linguaggio ci fornisce un’arma potentissima: la metafora. Usiamo metafore di continuo, quasi inconsapevolmente, allorché vogliamo esprimere in poche parole qualcosa che esprimere non è facile: il sangue «ci ribolle» o «si gela» nelle vene; abbiamo «una febbre da cavallo»; definiamo altri esseri umani come «aquile, somari, leoni, sciacalli»… e così via. La realtà è molto più vasta del linguaggio, così che siamo spesso costretti a usare termini metaforici per definire cose che non hanno nome: diciamo, ad esempio, «ai piedi della montagna» o «le gambe del tavolo», ancorché montagne e tavoli non abbiano né arti né estremità.
Questo particolare tipo di metafora – non più avvertito come tale – è noto, ci ricorda Biro, come catacresi. Nell’ambito della sofferenza usiamo metafore e catacresi a iosa.
Diciamo, ad esempio, che il dolore punge, stringe, trafigge, opprime, batte come un martello; che va e viene come un’onda, accelera e poi si ferma come un treno, “risponde” in una data area del corpo…
La metafora non è una semplice similitudine abbreviata, ma «un’interazione tra frasi, idee e categorie» e come tale generatrice di nuovi significati e di nuovi pensieri. Attraverso le metafore si costruiscono mondi. Esse ci permettono di uscire dalla descrizione claustrofobica e ripetitiva del dolore come qualcosa che sta rinchiuso dentro di noi.
Il dolore può dunque essere narrato, comunicato, esternalizzato. Il libro ce lo mostra attraverso un uso abile e competente delle medical humanities, citando poeti, scrittori, pittori (in particolare Frida Kahlo, la cui opera è impregnata dal dolore), ma ce lo mostra altresì attraverso la voce di persone che soffrono e che artisti non sono. La voce della vita, che include la sofferenza, è universale.
È importante che chi soffre apprenda a usare il linguaggio in modo consapevole e strategico, evitando di scavare e di approfondire tra sé e gli altri il fossato dell’incomunicabile. Narrare la malattia, individuare le metafore più utili a costruire condivisione è, infatti, di grande aiuto, proprio perché non è l’organo che prova dolore, bensì la persona: corpo e mente; e le persone, noi tutti, siamo inevitabilmente interconnessi.
Il discorso dell’Autore, medico di medicina generale – non astratto filosofo –, ci svela le infinite possibilità che fornisce l’uso consapevole del linguaggio nel creare nuove realtà e nuovi mondi, alleviando almeno in parte la sofferenza ed estirpando dalla nostra mente il senso angoscioso di solitudine.
La conclusione migliore è nelle pagine finali dell’opera:
«Gli esseri umani sono nel mondo e conoscono se stessi nel mondo. Per quanto individuale e soggettivo possa apparire il dolore, esso non può essere concepito sconnesso dal mondo esterno. Quando affrontiamo l’esperienza del dolore rimanendo recettivi al linguaggio e ai significati, essa smette di essere privata e interiore. Il linguaggio ci conduce a un modo di pensare che non è più solo nostro: a un pensiero che è con tutta probabilità universale. Nonostante il dolore ci sfidi, non possiamo permettergli di ridurci al silenzio. Alla fine dobbiamo sforzarci di parlare quando è possibile farlo – nel momento del dolore, o giorni, mesi o perfino anni dopo – e non importano la forma e la qualità di quanto diciamo. Il linguaggio può alleviare il dolore. Fin tanto che dura la nostra possibilità di comunicare, di conversare, noi non siamo soli».

Giorgio Bert
Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-1840