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DOI 10.1701/998.10865 Scarica il PDF (105,0 kb)
Recenti Prog Med 2011;102(12):498



La scienza ha promesso la verità,
ma questa non coincide con la felicità
Émile Zola
Sul filo del rasoio
Generalmente, la programmazione cinematografica durante la stagione estiva non promette gratificazioni; tuttavia, di recente, ci ha regalato un’eccezione: L’alba del paese delle scimmie, regia di Rupert Wyatt su un soggetto di Pierre Boulle; 105 minuti, 20 Century Fox, USA 2011, interessante prequel della saga iniziata nel 1968 con “Il pianeta della scimmie”, di Franklin J. Schaffner, l’apripista della serie, mal scimmiottato (è il caso di dirlo) da uno scialbo rifacimento (2001) diretto da Tim Burton, il cui protagonista (Mark Wahlberg) faceva rimpiangere l’omologo precedente Charles Heston.
Il film di Wyatt offre oggi una terza versione, suggerendo non pochi motivi di riflessione. Avvincente e ben costruito, è infatti portatore di tematiche e interpellanze assai attuali, gran parte delle quali può interessare i medici e la medicina. Vi si tratta – infatti – di Alzheimer, di ricerca di base, di pandemia, di bioetica e di inquietanti politiche di una industria del farmaco. La trama è incentrata sulle incognite correlate ad un incontrollato incremento del potenziale cognitivo umano (e non umano). Ritorna, dunque, l’inquietante tema delle possibilità e dei limiti della scienza: il suo procedere sul filo del rasoio. Quando alcuni limiti vengono superati, quando la tentazione del dominio e/o del profitto sconfigge la misura etica del ricercatore, allora il rischio può divenire disordine biologico, natura malvagia, distruzione e morte. E ciò che accade a Will Rodman, un neuro-genetista che, avendo testato con successo un virus capace di potenziare i recettori neuronali su un campione di primati, ne accoglie a casa, in segreto, un cucciolo particolarmente progredito nella capacità cognitiva, pur di continuare ad impiegarlo come cavia – nonostante le sperimentate controindicazioni – nel trattamento del proprio padre malato di Alzheimer. Orgoglio di casta e miopia morale amplificano le conseguenze, facendo precipitare gli eventi; che si susseguono numerosi ed intriganti fino ai titoli di coda del film; anche il solo riassumerli vanificherebbe le legittime attese dello spettatore. Una citazione di merito spetta, però, al tributo creativo del personaggio più toccante – Caesar, lo scimpanzé superintelligente – interpretato non da un robot come ci si sarebbe potuto attendere, bensì da un finissimo Andy Serlis, maschera sempre sospesa tra collera e rassegnazione. Ironico contraltare ne è il coprotagonista – anch’egli un bravo John Lightgow – che interpreta Charles (il padre di Will), straniante rappresentazione della malattia di Alzheimer. Palpabili si fanno i riferimenti alle ansie ed alla presa di coscienza del nostro quotidiano, spesso inatteso e crudele, così che più ammirevole nelle sue sfumature risulta la naturalità con cui la troupe è riuscita a confrontarsi con “l’universo” delle funzioni cognitive. Sorvolando su qualche imprecisione veniale, l’Alzheimer – ferita della memoria e degli affetti – è rappresentato con dolente tenerezza; lo spettatore lo incontra per la prima volta attraverso un fuori scena di originale intensità: un preludio di Debussy tentato e ritentato – e martoriato – dall’anziano pianista che scopre d’improvviso, sgomento, l’estraneità tra l’adusata tastiera ed il ricordo della melodia pur tanto cara (e l’invenzione torna, nel finale del film, a significare, all’inverso – con un Bach agito in recuperata lucidità – il successo della terapia). La vicenda di Charles Rodman fa da drammatico contrasto con la crescente fervida intelligenza di Caesar e del suo plotone di primati; ma la matrice è univoca. Il film la individua e la denuncia senza infingimenti nell’influenza che sulla società può esercitare la grande industria del farmaco: salvifica se mirata al benessere della comunità, destruente fattore di monocrazia dispotica quando persegue onnipotenza di profitto e potere. Un baluardo contro un tal rischio palese o meno, ma comunque ingravescente, – ammoniscono Rupert Wyatt e collaboratori – dovrebbe essere costituito da un maggior livello di sensibilità etica nei laboratori della ricerca scientifica; e tuttavia aggiungono che la strada è ancora lunga, come conferma allusivo, il finale del film, aperto su un futuro che resta temerariamente affidato alle non sempre provvide mani dell’ homo sapiens.




Cecilia Bruno
Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-1840